Covid, si può chiedere ai dipendenti se sono vaccinati?

La campagna di vaccinazione è entrata nel vivo, una volta superati i limiti anagrafici: cosa cambia per il datore e i suoi dipendenti

La campagna vaccinale è ormai lanciatissima. A inizio giugno, infatti, sono oltre 13 milioni gli italiani ad aver già completato il ciclo vaccinale (il 24,31% della popolazione over 12). Le dosi totale somministrate sfiorano invece i 39 milioni. Sullo sfondo, oltre al tema sanitario, c’è quello della privacy. Perché fornire i propri dati per la vaccinazione riguarda più aspetti.

Per esempio: il datore di lavoro può chiedere ai propri dipendenti di vaccinarsi contro il Covid per accedere ai luoghi di lavoro e per svolgere determinate mansioni, ad esempio in ambito sanitario? E ancora: può chiedere al medico competente i nominativi dei dipendenti vaccinati? O chiedere conferma della vaccinazione direttamente ai lavoratori? A queste domande ha risposto il Garante per la privacy.

Covid, perché non si può chiedere ai dipendenti se sono vaccinati

L’obiettivo del Garante per la privacy è dare indicazioni utili ad aziende, amministrazioni ed enti pubblici affinché trattino in maniera corretta i dati personali dei lavoratori durante la pandemia. Tra i divieti imposti al datore c’è l’impossibilità di acquisire, anche con il consenso del dipendente o tramite il medico competente, i nominativi del personale vaccinato o la copia delle certificazioni vaccinali.

In sostanza, non è permesso né nei luoghi di lavoro né dalle disposizioni sull’emergenza sanitaria. Il consenso del dipendente non può costituire, infatti, una condizione di libero trattamento dei dati. Al datore, dunque, è consentito acquisire, in base al quadro normativo vigente, i soli giudizi di idoneità alla mansione specifica. Giudizi forniti dal medico competente.

Covid, divieti e obblighi: cosa può fare e cosa no il datore di lavoro

Ma i divieti (e gli obblighi) per il datore di lavoro non si limitano a domandare se un dipendente sia vaccinato. Tra le altre cose:

  • non può rendere nota l’identità di un dipendente positivo agli altri colleghi (spetta alle autorità sanitarie avvisare i contatti stretti);
  • ha l’obbligo di fornire alle istituzioni competenti e alle autorità sanitarie le informazioni necessarie affinché queste possano assolvere ai compiti e alle funzioni previste dall’emergenza;
  • deve sanificare i locali secondo le indicazioni del Ministero della salute;
  • può chiedere ai lavoratori di effettuare test sierologici solo se disposti dal medico (così come le visite e gli accertamenti per la riammissione, per esempio, dopo un periodo di quarantena);
  • può offrire ai dipendenti test sierologici presso strutture sanitarie pubbliche e private, ma senza poter conoscere l’esito dell’esame.

Ci sono poi delle eccezioni:

  • il datore può trattare i dati personali del dipendente positivo, o con sintomi, sebbene normalmente possano farlo solo professionisti sanitari, in casi di emergenza epidemiologica. In sostanza può lecitamente venire a conoscenza dell’identità del dipendente in questione. Questo perché il dipendente deve segnalare al suo datore “qualsiasi situazione di pericolo per la salute e la sicurezza sui luoghi di lavoro”;
  • il datore può venire a conoscenza dell’avvenuta negativizzazione del tampone oro/nasofaringeo, ai fini della riammissione sul luogo di lavoro, dei lavoratori risultati positivi;
  • non può, comunque, trattare dati sulla salute del lavoratore e comunicarli a soggetti terzi.

Ricapitolando, il datore può trattare i dati personali del dipendente positivo, o sintomatico, e conoscerne la condizione di positività:

  • nel caso in cui a informarlo sia direttamente il lavoratore;
  • per collaborare con l’autorità sanitaria;
  • per la riammissione sul luogo di lavoro del lavoratore già risultato positivo al Covid.

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