Covid, divieto di lavoro agli asintomatici in quarantena: la questione smart working

Il numero di asintomatici costretti in quarantena è destinato a crescere ma per loro è vietato lavorare da casa, un problema per dipendenti e aziende

Gli italiani positivi al Covid-19 costretti all’isolamento domiciliare, ma asintomatici, non possono lavorare. Così è stabilito dai decreti Cura Italia e Rilancio, poi diventati legge, da una circolare Inps e dal dpcm 7 agosto: anche risultassero in buone condizioni di salute, per almeno 14 giorni gli è vietato esercitare la loro attività in smart working, perché considerati “in malattia“.

Covid, divieto di lavoro agli asintomatici in quarantena: numeri in crescita

Sono per adesso in qualche migliaia gli asintomatici in quarantena, ma potrebbero essere molti di più, come sicuramente lo sono già quelli non tracciati come rilevato dall’indagine epidemiologica dell’Istat.

La strategia dei tamponi rispetto all’inizio dell’epidemia, quando in emergenza si potevano esaminare solo i casi con i sintomi, adesso prevede un piano di test a tappeto, per andare a cercare il coronavirus anche tra i non malati e prevenire il diffondersi di focolai.

Questo implicherebbe un aumento del numero degli asintomatici obbligati alla quarantena anche se in condizioni di salute normali, adatte a poter lavorare in smart working. Soluzione però che per questi casi non è contemplata, nonostante la platea sia destinata ad allargarsi.

Covid, divieto di lavoro agli asintomatici in quarantena: le richieste delle aziende

L’avvocato Cesare Pozzoli spiega: “Aziende con dipendenti asintomatici disponibili a lavorare da casa si sono rivolte a noi per avere chiarimenti ma la nostra risposta stante la normativa attuale non può che essere «no, non si può fare»”.

“Tra l’altro — rivela il legale — il decreto Agosto ha stabilito che le persone di ritorno da vacanze in zone a rischio debbano stare in isolamento in attesa del tampone. Bene, anche questo isolamento è equiparato alla malattia quindi implica il divieto di lavorare”.

Secondo l’Istituto superiore di sanità, negli ultimi 30 giorni i casi sono stati 21.724 di cui circa il 75% (16.300) hanno riguardato persone in età da lavoro. Di queste oltre il 65% erano asintomatiche, parliamo quindi di oltre 10 mila persone potenzialmente interessate dal problema. Che potrebbero diventare molte di più in caso si passasse da 100 a 300 mila tamponi al giorno come ha proposto il professor Andrea Crisanti.

Il governo starebbe cominciando ad affrontare la problematica smart working, insieme a sindacati e imprese. Una questione per certi versi connessa anche alle esigenze, in questo caso previste e soddisfatte dall’esecutivo, dei genitori lavoratori che si dovessero trovare a dovere accudire il figlio eventualmente positivo, costretto a casa da scuola, in isolamento domiciliare.

“Oltre al danno causato all’azienda dalla mancanza del lavoratore bisogna considerare l’impatto sulle casse di Inps — rileva Pozzoli —. Forse si potrebbe valutare la possibilità di fare lavorare in smart working gli asintomatici quando c’è il consenso del lavoratore”.

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