Cosa succede se l’algoritmo diventa il datore di lavoro

Alcune sentenze stanno riconoscendo il rapporto di subordinazione tra piattaforma digitale e lavoratore, tipico della gig economy

Più di tutti gli altri settori quelli della gig, modello di prestazione “a chiamata”, e della sharing economy devono adattare le peculiarità del tipo di lavoro all’interno degli schemi tradizionali. Una problematica causata dal fatto che spesso il responsabile di turni e delle attività dei sottoposti è un algoritmo.

I diritti del lavoratore quando il titolare è l’algoritmo

Nasce perciò l’interrogativo su chi sia effettivamente il datore di lavoro in rami dell’economia innovativi, sempre più emergenti. Ad esempio, quando ordiniamo il cibo a domicilio, paghiamo per la prestazione di un libero professionista, per un libro o un abbonamento televisivo, tramite una piattaforma digitale, non è facile stabilire che ruolo abbia il servizio al quale ricorriamo, dal primo contatto fino alla presa in carico di eventuali reclami dopo la compravendita.

Due possono essere le interpretazioni: la piattaforma può rappresentare un intermediario che si limita a gestire l’erogazione di un bene o di un servizio, tramite tutti i passaggi; oppure può essere considerato il soggetto titolare della forza lavoro che offre al consumatore beni e servizi.

La definizione giusta può essere individuata, volta per volta, a seconda del caso preso in esame.

Cosa succede se l’algoritmo diventa il datore di lavoro: le sentenze

Sul tema la giurisprudenza si espressa tramite alcuni verdetti, che però mancano di un indirizzo univoco che dovrebbe essere sancito da un pronunciamento della Corte di Cassazione.

Il Tribunale di Palermo, ad esempio, ha emanato una sentenza, a novembre 2020, attraverso la quale ha stabilito la natura subordinata del rapporto tra un rider e una piattaforma digitale.

Servendosi di alcuni richiami al diritto comunitario, il giudice ha analizzato la funzione dell’app riconoscendola come vera e propria “impresa” in quanto decideva come dovesse essere svolta la prestazione, senza lasciare un reale margine di autonomia al lavoratore impartendo istruzioni da seguire per tutta la durata della prestazione, dalle aree di lavoro alle tempistiche.

Circostanza che il giudice ha identificato come forma di esercizio del potere direttivo, per i criteri di funzionamento della piattaforma, titolare degli algoritmi e del programma. Soltanto, infatti, accedendo al software e seguendo i principi indicati, il rider poteva svolgere la sua attività.

Inoltre la sentenza prendeva in considerazione anche il potere disciplinare dell’algoritmo proprio del datore di lavoro, tramite l’assegnazione di un punteggio sulla prestazione del collaboratore, negativo nel caso di mancato rispetto delle regole definite dalla piattaforma digitale.

Un aspetto la cui natura discriminatoria è stata sottolineata da un’altra sentenza in merito, quella del Tribunale di Bologna dello scorso dicembre. In quel caso il giudice ha rilevato come il servizio penalizzasse chi si assentava dal lavoro, senza tenere conto delle motivazioni, a prescindere che si trattasse di motivi futili o di casi di malattia o sciopero.

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