Un art. 18 più morbido ‘in cambio’ del reddito minimo. Gli scenari della riforma del lavoro

Facilitare i licenziamenti allargando la "giusta causa" e abolendo l'obbligo di reintegro. In cambio un sussidio di disoccupazione fino a 1000 euro. Di' la tua

Il giro di vite non è ancora finito. Dopo la cosiddetta “manovra salva-Italia“, l’attenzione sembra già spostarsi sul passo successivo. Ovvero il progetto di riforma del lavoro preannunciato dal governo e in particolare dal ministro del Welfare Elsa Fornero. Una riforma all’insegna del do ut des, che con una mano dà e con l’altra chiede qualcosa in cambio. L’oggetto dello scambio è ancora una volta l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori che disciplina i licenziamenti individuali: un suo ammorbidimento potrebbe essere barattato con l’introduzione di un nuovo ammortizzatore sociale, il reddito minimo garantito.

Non è certo la prima volta che l’art. 18 viene messo in discussione. Ma questa volta il piano è più articolato e fa riferimento a una logica più ampia che porta il nome di “flexsecurity“. In sostanza si vorrebbe aumentare la flessibilità del sistema ma introducendo contemporaneamente meccanismi di protezione che riducano gli effetti della precarietà.

Allargare le maglie dell’art. 18…

In particolare si vuole aumentare la flessibilità in uscita, cioè rendere più facili i licenziamenti. L’art. 18 stabilisce appunto che il licenziamento è valido solo se avviene per giusta causa (condotte di particolare gravità quali, ad esempio, l’insubordinazione o la condotta che pregiudica il rapporto di fiducia) o giustificato motivo (che non dipende dal lavoratore ma da “ragioni inerenti all’attività produttiva”, come il fallimento o la la riorganizzazione aziendale). Se questi requisiti mancano, il giudice dichiara l’illegittimità del licenziamento e ordina il reintegro del dipendente nel suo posto di lavoro (nelle aziende con più di 15 dipendenti). In alternativa, il lavoratore può accettare un’indennità di almeno 15 mensilità dell’ultimo stipendio.

Il progetto di riforma vorrebbe invece:

•  allargare il concetto di “giusta causa”  e/o
•  sostituire il reintegro con un risarcimento economico (che ora è possibile solo a discrezione del lavoratore).

… e stringere la rete di protezione per i disoccupati

In cambio della perdita di questa tutela, i licenziati – e i disoccupati in genere – troverebbero una rete di protezione all’esterno dell’azienda rappresentata dal reddito minimo garantito, che esiste già nella maggior parte dei paesi europei. Sarebbe un assegno mensile fra i 500 e 1.000 euro per un massimo di 2 o 3 anni con cui lo Stato sosterrebbe i giovani che cercano lavoro o i lavoratori che l’hanno perso.

In pratica il costo del lavoratore “in esubero” non sarebbe più dell’azienda ma ricadrebbe (in misura ridotta) sulla collettività. Questo aiuterebbe, nelle intenzioni dei promotori, a liberare risorse economiche per il sistema produttivo e in ultima analisi a rilanciare l’economia a beneficio di tutti, disoccupati compresi. Funzionerà? (A.D.M.)

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