Ufficio addio? Milano sperimenta il telelavoro. Pro e contro

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Quella di giovedì 6 febbraio è stata una giornata particolare a Milano: il capoluogo lombardo è stato infatti il teatro della prima seria sperimentazione di telelavoro su larga scala, un progetto promosso da una cordata trasversale che va da Abi e Cgil, da Assolombarda a Sda Bocconi. E l’esperimento di "smart working", come è detto nel mondo anglosassone, sembra aver dato responsi incoraggianti: a dispetto del cronico provincialismo italiano non sono poche le aziende (pubbliche e private) che hanno aderito all’iniziativa legata ad un fenomeno che, almeno all’estero e segnatamente nell’Europa settentrionale, sta prendendo piede con sempre maggiore incidenza. Secondo gli gli organizzatori, infatti, il salto fuori dalle rigidità aziendali si tradurrebbe in "più tempo per sé, più qualità della vita, più produttività, meno stress e meno inquinamento". Ma quali sono, per aziende e dipendenti, i pro e i contro di una tale impostazione del lavoro?
 
I VANTAGGI
– Risparmio: La vera marcia in più dello smart working, al di là dell’impatto prettamente umano di una vita meno frenetica, resta il risparmio. Una ricerca della School of Managament del Politecnico di Milano aveva già evidenziato come il salto al telelavoro salverebbe 37 miliardi di euro all’anno di spese improduttive, di cui 10 solo di taglio dei costi diretti o indiretti.
– Produttività: Dei 37 miliardi di cui sopra, ben 27 deriverebbero proprio da un aumento di produttività, confermato anche dai feedback di chi ha già avuto modo di lavorare "smart". Regus, società fornitrice di spazi per il lavoro flessibile, ha esaminato il grado di diffusione dello smart working con interviste a 26mila dirigenti d’azienda di 90 paesi diversi. Ebbene circa la metà dei manager intervistati (il 46%) ha dichiarato di lavorare in maniera flessibile per il 50% della sua settimana, con un rimbalzo di produttività che sale fino a +76% nelle società italiane che hanno adottato schemi più elastici nell’organizzazione della giornata lavorativa. I feedback sono anche di carattere emotivo: il 66% degli intervistati si dice "più motivato" nell’alternanza casa-azienda, il 25% la ritiene cruciale per la responsabilizzazione dei giovani alle prima esperienza contrattuale.
– Salute pubblica: in ultima analisi da non sottovalutare l’impatto ambientale. Sempre dallo studio della School of Managament del Politecnico di Milano emerge infatti che un passaggio in toto dal lavoro tradizionalmente inteso al telelavoro ridurrebbe le emissioni di CO2 di 1,5 milioni di tonnellate.
 
GLI SVANTAGGI
– Per le aziende: Il deficit principale dello smart working, Per quanto riguarda il punto di vista delle aziende, è di carattere logistico: l’inesistenza di uno spazio fisico determinato limita le procedure di controllo, e un feedback a flusso continuo su qualità e quantità di lavoro.
– Per i lavoratori: dal punto di vista degli assunti resiste, forse in virtù della scarsa espansione di questo tipo di approccio, un problema di "percezione": lo smart working si associa automaticamente a precarietà, con annessi dubbi su crescita professionale, consistenza degli output e criteri di remunerazione. Inoltre l’Italia sconta un’arretratezza strutturale sul piano della formazione: secondo i già citati dati del Politecnico, il telelavoro è contemplato da appena il 20% delle Pmi, con chance di attivazione effettiva per 2 dipendenti su 100.
 
IL BILANCIO VITA/LAVORO
L’arretratezza italiana riguarda in generale la gestione del bilanciamento tra vita lavorativa e vita privata, tema sempre più importante nella gestione della popolazione organizzativa. Ciò che risulta è che le pratiche attuate dalle imprese su questo versante sono ancora ferme a una visione tradizionale. Le due pratiche considerate più presenti sono il part-time (4,62 su 7) e la flessibilità sugli orari di ingresso e uscita (4,69). Telelavoro (2,72), job-sharing (2,38), forme di flessibilità personalizzate (3,06) non paiono ancora far parte del linguaggio aziendale (dati Diversity Management Lab di SDA Bocconi).
“Il lavoro agile, ossia l’insieme di queste pratiche di flessibilità lavorativa, è un potente strumento di gestione della nuova popolazione organizzativa delle aziende – dice in proposito Simona Cuomo, coordinatrice del Diversity Management Lab di SDA Bocconi – purché però si superino gli stereotipi che caratterizzano ancora oggi il lavoro, ossia un tempo e un luogo fisso per il suo svolgimento. Le imprese italiane, da questo punto di vista, sono ancora molto indietro”.
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