Telelavoro: Italia fanalino di coda in Europa

Per le aziende vuol dire risparmio, per i lavoratori comodità. Boom in Repubblica Ceca, da noi proprio non sfonda

In Europa cresce, in Italia no. E’ il telelavoro, sogno neanche troppo nascosto di madri-lavoratrici o semplicemente di gente che si è sinceramente stufata di andare in ufficio.

Cominciamo con le definizioni. Che cos’è il telelavoro? Si può parlare di vero telelavoro quando il dipendente ha facoltà di svolgere almeno un quarto delle attività al di fuori delle mura aziendali, utilizzando strumenti elettronici di comunicazione come posta elettronica, telefono e internet.

Per le aziende è uno strumento utile per risparmiare. Niente o pochi investimenti in capitale fisso, dipendenti connessi in rete e, al limite, un semplice ufficio per coordinarli.
Si adatta bene alle Pmi che vogliono ottimizzare la produttività a fronte di budget ridotti.
Ma attenzione: si presta soprattutto a mansioni di carattere amministrativo e ripetitive. Quando invece si tratta di interagire per produrre innovazione, allora il contatto “fisico” tra lavoratori appare ancora la soluzione migliore.

Anche per i dipendenti ci sono i pro e i contro. Da un lato il telelavoro permette – almeno teoricamente – una maggiore libertà di orari ed evita costi e disagi degli spostamenti casa-lavoro; dall’altro riduce la socialità tra colleghi. Non la ordina il dottore, per carità, ma a parte i casi di mobbing e di disagio esplicito, quanti vorrebbero rinunciare veramente a pause caffè e chiacchiere sparse?

C’è un altro aspetto, quello della mobilità sostenibile. Più telelavoro significa meno pendolarismo, traffico, emissioni di Co2.

Sta di fatto che in questo campo l’Italia è ultima in Europa.
Nel nostro Paese, la percentuale di impiegati a tempo pieno a cui è stato concesso il “privilegio” è pari allo 0,5% (2,3% con i part-time). Una quota nettamente al di sotto della media continentale, che si attesta sull’1,7%, in crescita lenta ma crescita.

All’interno dell’Unione fa impressione la Repubblica Ceca, dove la percentuale di chi lavora da casa è pari addirittura al 15,2%, ma anche Paesi come Danimarca (14,4%), Belgio (13%), Lettonia (12,2%) e Paesi Bassi (12%) sembrano avere imboccato la strada del telelavoro. E forse, dei diritti.

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