Stop a spostamenti tra Regioni, dubbi sulla costituzionalità

Dopo il nuovo Dpcm che, a partire dal 4 maggio, traghetterà l'Italia nella cosiddetta "Fase 2"dell'emergenza Coronavirus, è polemica sulle annunciate limitazioni agli spostamenti tra regioni

Dopo il nuovo Dpcm che, a partire dal 4 maggio, traghetterà l’Italia nella cosiddetta “Fase 2”dell’emergenza Coronavirus, è polemica sulle annunciate limitazioni agli spostamenti tra regioni. Regola che consente, per fare un esempio, di percorrere gli oltre 300 chilometri che separano Foggia dalla punta dello Stivale ma impedirebbe di effettuare spostamenti “oltre confine” più brevi andando, di fatto, a bloccare la mobilità tra realtà produttive e socio-culturali molto più coese a livello territoriale.

Una questione che solleva dubbi anche tra i costituzionalisti a causa, in primis, della violazione del principio di ragionevolezza delle leggi. Un vizio nel quale con i nuovi divieti si rischia di incorrere.

A sostenerlo è il presidente emerito della Corte costituzionale, Cesare Mirabelli che, in un’intervista pubblicata oggi dal Quotidiano Nazionale, esprime perplessità riguardo alla possibile introduzione di tali divieti. “Non ci sono confini tra le regioni, o meglio ci sono geograficamente e istituzionalmente per quel che riguarda la competenza regionale, ma dal punto di vista della libertà di circolazione non ritengo che possano esserci queste barriere” avverte Mirabelli dalle pagine del quotidiano.

Se, come ha affermato ieri dai suoi profili social il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, “il virus non conosce confini”, delle limitazioni imposte sulla base di quelli regionali sembrano non avere senso. E anzi, secondo Mirabelli, “un’idea di questo genere alimenterebbe la posizione che è stata espressa da alcuni presidenti di Regione di controllare l’afflusso e il deflusso dal proprio territorio” mettendo in discussione il già complesso rapporto Stato – Regioni che, in questi mesi di emergenza sanitaria, ha già scricchiolato più di una volta facendo emergere contraddizioni e tensioni.

Per contenere l’afflusso dalle aree a più alto contagio i criteri in sostanza, devono basarsi su fondamenti diversi e, soprattutto, ragionevoli ovvero, come afferma Mirabelli, “elementi concreti di carattere sanitario”. “Il divieto – spiega – dovrebbe essere ancorato non tanto all’individuazione generica del territorio ma all’indicazione del criterio sanitario che esige protezione.

La misura deve essere adeguata all’obiettivo che si vuol perseguire e cioè la tutela sanitaria che va definita per area geografica o in base all’intensità del focolaio infettivo. Senza dubbio non per regione”. Da questo punto di vista la soluzione costituzionalmente (e logicamente) più accettabile sembrerebbe quella di tornare alle “zone rosse” dell’inizio, limitando gli spostamenti solo in aree circoscritte dove il Covid-19 continua a imporre particolari cautele.

Dello stesso avviso anche Alfonso Celotto, professore ordinario di diritto costituzionale all’Università degli studi Roma Tre, che oggi, sempre sul QN, interviene sulla mobilita interregionale.

“Non si possono limitare gli spostamenti tra le Regioni salvo in presenza di comprovate ragioni eccezionali.Avrebbe più senso, in presenza di particolari criticità, attuare delle limitazioni in delle aree più piccole” afferma Celotto. Per il costituzionalista dal punto di vista giuridico e costituzionale si sta gestendo male la situazione” e “bisogna riuscire a mediare la sicurezza sanitaria con le esigenze di tenuta dell’ordinamento, di unitarietà, di certezza e di credibilità dello Stato”.

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