Stock-option addio, la scure della crisi sugli stipendi dei top manager

In cambio del soccorso pubblico gli Stati chiedono alle banche di tagliare i bonus dei dirigenti. Ma chi ha strategie di lungo termine si salva


Si sa che quando tira brutta aria tutti cercano un capro espiatorio, qualche strega da bruciare sul rogo. In questi tempi di crisi economica globale la parte tocca ai top manager dei colossi bancari. E, diciamolo, con qualche ragione. Non saranno gli unici colpevoli del tracollo del sistema, ma certo qualche responsabilità ce l’hanno. Sotto accusa soprattutto l’entità dei loro compensi, cifre stellari ulteriormente gonfiate dalle stock-option, cioè l’attribuzione di azioni delle loro società. Ma come, le stock-option non erano un sistema retributivo rivoluzionario in grado arricchire sia il manager che l’azienda? Per un paio di decenni tutti convinti che fosse così. Poi il vento dell’economia cambia, le Borse crollano, e quelle che prima erano formule magiche diventano parolacce.

Tagli ai super-stipendi?

E’ quello che sta succedendo in questi mesi alle stock-option. Soprattutto a quelle dei dirigenti delle grandi banche salvate dagli interventi dei rispettivi governi. La logica è questa: lo Stato interviene a sostegno delle società in crisi acquistando quote di capitale e poi, come azionista, detta le sue regole dall’interno, imponendo ad esempio tagli drastici ai super-stipendi dei manager. E soprattutto alle quote variabili, come bonus e stock-option. In Europa hanno cominciato la Germania, che ha imposto alle retribuzioni dei dirigenti Commerzbank un tetto massimo di 500 mila euro all’anno, e la Gran Bretagna, che ha tagliato bonus e liquidazioni ai Ceo dimissionari.

? ma non in Italia

In Italia gli interventi pubblici a sostegno delle banche per ora sono meno “invasivi”. Non c’è stata (ancora) la necessità di un soccorso azionario e lo Stato non può ancora “farla da padrone” nei consigli d’amministrazione. Manco a dirlo, nessun istituto di credito ha preso autonome iniziative taglia-bonus, nonostante le indicazioni che vengono da Bankitalia. Da noi, insomma, le stock-option resistono.

La soluzione è guardare lontano

In realtà la logica delle retribuzioni variabili, cioè vincolate ai risultati, non è dannosa in sé. L’errore storico è stato quello di legarle più alla Borsa che all’azienda. E negli ultimi anni la Borsa, come hanno dimostrato i crolli di questi mesi, ha rispecchiato sempre meno il reale stato di salute delle società. La soluzione – che comincia a intravvedersi in alcune aziende – sta nel legare i compensi a obiettivi a lungo termine invece che ai risultati immediati. Le stock-option incentivano il rischio finanziario e spingono i manager a tattiche di breve periodo. L’obiettivo è solo quello di aumentare il valore delle azioni senza alcun interesse verso performance sostenibili nel tempo. I sistemi retributivi a lungo termine invece impongono strategie lungimiranti. Proprio quello che manca all’attuale sistema economico. (A.D.M.)

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