Calcio d’oro: chi più rende più guadagna?

Uno studio analizza i profili di 326 calciatori per due stagioni: le performance migliori sono quelle ottenute dai calciatori più pagati e da quelli meno pagati di ogni squadra



Con 5 miliardi di euro di volume d’affari annuo il sistema calcio è una delle principali attività del Paese e i 40 milioni di cittadini interessati ne fanno il principale fenomeno di massa.
Un fenomeno non solo italiano, che vanta cifre da capogiro in diversi paesi. Secondo l’annuale classifica dei calciatori i più pagati al mondo, stilata del magazine americano Forbes, in prima posizione c’è David Beckham con 48,9 milioni di dollari l’anno, che ha scavalcato Ronaldinho, secondo a 32,6 mln, mentre sul terzo gradino del podio c’è Thierry Henry con 25,1 mln.  Il primo italiano in graduatoria è Cannavaro (settimo) con 17,5 seguito da Totti (dodicesimo a 16,2 mln l’anno) e Del Piero (quindicesimo con 14,3 mln). E’ lecito, e scontato, dunque chiedersi quale sia il rapporto tra retribuzione e prestazione. Ovvero, nel calcio, i giocatori più pagati sono anche i più bravi?

Il livello degli stipendi dei calciatori di Serie A è ingiustificatamente alto, ma la loro distribuzione risponde, se non altro, a criteri di equità. La retribuzione è, infatti, davvero influenzata dalla performance passata dei calciatori, dalla loro esperienza in termini di stagioni passate in Serie A e dai risultati delle squadre in cui hanno militato.
Se, poi, non esiste un legame ferreo tra retribuzione e risultati futuri, si può però affermare che le performance migliori sono quelle ottenute dai calciatori più pagati e da quelli meno pagati di ogni squadra, con risultati meno buoni per gli ingaggi medi.

Arrivano a queste conclusioni, Fabrizio Montanari e Giacomo Silvestri, in due paper pubblicati nel volume Il management del calcio (curato dai due autori insieme a Francesco Bof della Bocconi) e dalla Rivista di diritto ed economia dello sport.

I due studiosi analizzano i profili di 326 calciatori per due stagioni e si rendono conto che, ad avere un riflesso sulla performance individuale, non è tanto il livello assoluto della retribuzione, ma l’equilibrio che si costruisce tra le retribuzioni dei diversi calciatori.

I risultati della ricerca suggeriscono alle società di adottare una politica retributiva esplicita, scegliendo tra il modello ‘gerarchico’, che motiva le persone attraverso marcate differenze di retribuzione e quello ‘compresso’, che motiva alla cooperazione attraverso retribuzioni simili. Le squadre che hanno fatto una chiara scelta tra i due modelli ottengono risultati migliori di quelle che si pongono nel mezzo, affidando le contrattazioni un po’ al caso e un po’ all’abilità dei procuratori.

“Le società devono, inoltre, comunicare chiaramente ai giocatori quale sia la loro politica retributiva”, aggiunge Montanari, “perché i calciatori accettano le disparità quando sono in qualche modo giustificate e quando le superstar si assumono le responsabilità che i loro stipendi comportano”.

I ricercatori osservano che l’esperienza (in termini di stagioni di Serie A), la reputazione (in termini di livello delle squadre in cui il giocatore ha militato e di convocazione in Nazionale), la performance individuale e quella di squadra sono le determinanti chiave della retribuzione.
Cambiare squadra non porta, in media, nessun vantaggio retributivo, mentre lo status della squadra con cui si firma il contratto è decisivo nella determinazione del livello assoluto dell’ingaggio. “A confortarci sulla natura di squadra del calcio”, afferma Montanari, “è, in questo caso, l’importanza dei risultati di squadra nella determinazione della retribuzione individuale”.

© Italiaonline S.p.A. 2021Direzione e coordinamento di Libero Acquisition S.á r.l.P. IVA 03970540963

Calcio d’oro: chi più rende più guadagna?