Stefanel, crisi nera: un altro brand storico italiano al collasso

Stefanel, marchio di casa a Ponte di Piave, Treviso, dal 1959, potrebbe presto essere venduto, o, peggio, svenduto

L’Italia rischia di perdere un altro marchio storico che ha fatto la storia, tessile, del nostro Paese. Stefanel, marchio di casa a Ponte di Piave, Treviso, dal 1959, potrebbe infatti presto essere venduto, o, peggio, svenduto.

La fine di un’era per Treviso e provincia. Il 16 gennaio scorso l’azienda ha presentato al Ministero dello Sviluppo Economico un piano di rilancio: l’obiettivo del commissario straordinario Raffaele Cappiello è trovare entro la prossima estate investitori che possano permettere di realizzare una joint venture o, come appare più probabile, vendere l’azienda.

I debiti e i posti di lavoro a rischio

A novembre 2019 Stefanel registrava un indebitamento netto pari a 94,2 milioni di euro tra debiti, arretrati da versare ai dipendenti e crediti nei confronti di fornitori e terzisti, con una esposizione commerciale residua di 17,12 milioni di euro, che sono stati oggetto di specifici accordi di remissione e dilazione del debito.

Lato occupazione, sono almeno 200 i lavoratori che attendono con ansia l’evolversi della situazione. Pare però che al momento nessuna azienda abbia avanzato proposte di acquisizione.

Stefanel, storia di una crisi senza fine

La crisi profonda di Stefanel è iniziata dopo il 2009, quando i problemi strutturali dell’azienda si sono mischiati alla crisi economica. Dopo una contrazione pesante del fatturato (meno 10%) e una perdita di 44 milioni di euro, l’azienda avvia un piano triennale di rilancio che però non funziona. Nel corso dei primi sei mesi del 2013 il gruppo registra ricavi netti pari ad 84,3 milioni di euro, in calo del 12% rispetto all’anno precedente, quando ammontavano a 96 milioni.

Stefanel resiste fino al 2017, quando entrano come nuovi azionisti al 71% i fondi di private equity Oxy e l’inglese Attestor, con Giuseppe Stefanel che mantiene il 16,4%. Prende il via un nuovo piano di ristrutturazione lacrime e sangue che porta alla chiusura di sessanta negozi in tutta Italia, lo sviluppo della vendita all’ingrosso, lo spostamento della produzione che per il 70% avviene in Estremo Oriente, per provare a riposizionare il marchio e trasferirlo dal segmento del lusso a quello dell’affordable quality.

La situazione precipita, con fatturati sempre più negativi e indebitamenti crescenti. Fino al 2019, quando salta il tentativo di trovare un accordo con i creditori per la restituzione di 90 milioni di euro circa. Stefanel rinuncia alla procedura di concordato preventivo e delibera di avviare l’iter per l’amministrazione straordinaria.

Quale futuro

Negli ultimi mesi, non solo Stefanel non è riuscita a rilanciare il marchio, ma non ha saputo neppure adempiere al pagamento dei 412mila euro di passività tributarie, i 38mila euro di ritenute Irpef verso professionisti, 20mila euro a fronte di tributi minori e il pagamento di passività previdenziali per 346mila euro.

Il piano presentato al Mise per ora è riuscito solo a far slittare gli esuberi, previsti per febbraio, a fine luglio, mese in cui cesserà la cassa integrazione straordinaria.

I sindacati hanno già fatto sapere che non accetteranno solo la cessione del marchio: “Sarebbe un disastro perché potrebbe mettere alla porta la forza lavoro attuale, a cui è già stata applicata la cassa integrazione a zero ore” denunciano.

Su Stefanel ha pesato certamente il tracollo del settore moda che ha caratterizzato gli anni della crisi economica in Italia, ma non solo. I sindacati vedono “con favore” l’intervento di capitali locali o quantomeno italiani, mentre l’arrivo di soggetti stranieri “potrebbe essere foriero di un vero e proprio disimpegno dagli obblighi di mantenere l’occupazione”.

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