Smart working, spostamenti, e-commerce: così la pandemia ha cambiato gli italiani

A distanza di un anno completamente rivoluzionati stili di vita e abitudini di consumo

E’ trascorso poco più di un anno (era esattamente il 21 febbraio del 2020) da quando veniva ufficialmente identificato nel paese lombardo di Codogno il primo caso italiano di Covid-19, il “paziente 1”.

Da quel giorno, in una impensabile (all’epoca) escalation di preoccupazione, il virus è dilagato, cambiando radicalmente le nostre esistenze, fino a rivoluzionarle. Per esplorare, dando voce in modo diretto agli italiani, in che modo la vita nel nostro Paese sia mutata nel corso di questo anno senza precedenti e quale sia stato l’impatto sui cittadini, l’Eurispes ha realizzato un’indagine su un campione composto da 2.063 cittadini, rappresentativo della popolazione italiana. La ricerca è stata realizzata attraverso la somministrazione diretta di un questionario semistrutturato, distribuito nel periodo compreso tra novembre 2020 e gennaio 2021.

Il periodo di rigido lockdown disposto tra marzo e maggio per contenere la pandemia ha ridefinito in modo drastico e forzato gli stili di vita degli italiani. L’abitazione privata è improvvisamente divenuta l’unico luogo sicuro, la maggioranza dei negozi sono stati chiusi e, per i pochi aperti, gli ingressi sono stati contingentati – con lunghissime file soprattutto davanti ai supermercati –, scuole, ristoranti e palestre, tutti i luoghi della cultura e dell’intrattenimento sono stati chiusi, spesso a tempo indeterminato.

Non solo. La vicinanza con il prossimo è diventata una minaccia da evitare il più possibile:  un anno di mascherine e distanziamento, quel metro che ci impedisce di abbracciarci, di scambiarci una stretta di mano, che ci ha tolto il piacere di stare in compagnia, mentre ci ripetiamo che “torneremo ad abbracciarci”.

Sono dunque forzatamente mutati gli stili di consumo, il modo di lavorare (con il dilagare dello smart working), le modalità di comunicazione nella quotidianità ed il rapporto con la Rete, sempre più protagonista ed indispensabile nelle nostre vite, l’approccio con l’informazione (l’incertezza generata dalla pandemia ha condotto ad un’impennata degli ascolti televisivi, soprattutto relativamente a Tg e programmi d’informazione). Il mondo medico, infine, è diventato un punto di riferimento, costantemente sotto i riflettori, tra comportamenti eroici e profonde contraddizioni, nel quadro di un Sistema sanitario nazionale portato sull’orlo del collasso, del quale sono emersi valori e carenze.

UN MONDO NUOVO – Evidente l’impatto della pandemia sulle abitudini di consumo e gli stili di vita. Il 21,9% degli italiani afferma di aver ordinato per la prima volta la spesa a domicilio dopo marzo 2020, ovvero dopo l’esplosione della pandemia da Covid-19. L’abitudine di ordinare la cena o altri pasti a domicilio era già abbastanza diffusa (il 28,6% lo faceva anche prima della pandemia), ma da marzo il 16,8% lo ha fatto per la prima volta.

Il 13,1% ha ordinato per la prima volta farmaci a domicilio, complici le file all’ingresso delle farmacie ed i timori relativi al rischio di contagio.

Nonostante le restrizioni della pandemia l’e-commerce resta “sconosciuto” per tre italiani su dieci. Tra ritardi nell’accesso alla Rete veloce in alcune aree del territorio ed il persistere di una quota di analfabetismo digitale in una parte non trascurabile della popolazione (specialmente tra gli anziani), rimane rilevante la percentuale di cittadini italiani completamente estranei al mondo dell’e-commerce: il 29,1% riferisce di non fare mai acquisti online.

RIVOLUZIONE MOBILITA’ – Cambiamento significativo, segnala Eurispes, anche sul fronte degli spostamenti: meno mezzi pubblici. Un quarto degli intervistati afferma di aver evitato i mezzi pubblici (25,4%) sin dall’inizio dell’esplosione dell’emergenza sanitaria. Il 9% ha iniziato per la prima volta a spostarsi in bicicletta, il 7,4% in monopattino elettrico – percentuali non trascurabili se si considerano le difficoltà legate alle condizioni climatiche, alle caratteristiche di molte città, per qualcuno anche ai limiti fisici. Relativamente agli spostamenti più lunghi, infine, si registra quasi un terzo dei cittadini (30,9%) che ha iniziato ad evitare treni ed aerei – quota che salirebbe se si considerasse soltanto chi utilizzava questi mezzi (alcuni, per scelta o stile di vita non viaggiavano comunque su treni ed aerei).

SMART WORKING, INIZIO DI UNA NUOVA ERA – Poco diffuso prima della pandemia, lo smart working è salito in cattedra in questi mesi, aprendo ufficialmente ad un nuovo modo di lavorare. Tra coloro che lavorano, quasi la metà (49%) lo ha fatto in smart working dall’inizio dell’emergenza sanitaria: il 22,8% sempre o per un lungo periodo, il 26,2% occasionalmente/con turnazione/per un breve periodo. Il 4,9% dei lavoratori dichiara che già lavorava in questa modalità prima della pandemia, mentre il 46,1% risponde negativamente.

La professione svolta incide, inevitabilmente, sulla possibilità o meno di lavorare a distanza. Con l’emergenza sanitaria hanno usufruito della possibilità di lavorare da remoto la maggioranza degli impiegati (66,2%), dei dirigenti/direttivi/quadri (65,1%, ben il 46,3% sempre o per un lungo periodo), dei liberi professionisti (62,4%). Valori non trascurabili riguardano lavoratori autonomi (45,6%), imprenditori (41,8%) e Forze dell’ordine/militari (37,5%). Le percentuali più basse si trovano, comprensibilmente, tra operai (12,4%) e commercianti (13%).

C’è infine un altro dato interessante. Lavoratori autonomi e liberi professionisti fanno registrare le quote più alte di soggetti in smart working già prima dell’inizio della pandemia (rispettivamente il 12,6% ed il 10,3%).

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