Smart working: mini pausa pranzo e sedentarietà, ecco i “difetti” 

Intanto, il colosso bancario statunitense Jp Morgan ha richiamato in ufficio buona parte dei suoi dipendenti: rivoluzione già finita?

Smart working: è davvero tutt’oro quel che luccica? Dopo il boom dei mesi scorsi in scia all’esplosione dell’emergenza, ecco che iniziano a vedersi i primi “difetti”. Piuttosto prevedibile visto che da modalità di lavoro di nicchia è diventata, in pochissimo tempo, quella che ha praticamente consentito la continuità lavorativa di molte aziende e settori, messi in stand by forzata a causa del lockdown.

Prima dell’emergenza sanitaria, infatti, nel nostro Paese si contavano circa 570mila lavoratori agili, che nei mesi più critici sono diventati addirittura tra 6 ed 8 milioni. Numeri boom. 

A portare sotto i riflettori la “magagna” ci ha pensato una ricerca condotta da Praxidia per Elior, gruppo della ristorazione collettiva, sulla pausa pranzo in epoca di smart working. C’è da dire che il committente è senza’altro più che interessato ma l’impressione che qualcosa non va, c’è ormai da un po’ con le parti sociali che, proprio in quest’ottica, chiedono con urgenza che lo strumento sia normato al più presto.

Come sottolinea oggi Il Fatto Quotidiano secondo la ricerca la metà dei lavoratori dipendenti italiani, ritengono che la pausa in smart working sia più complicata da gestire rispetto al pranzo in ufficio. In particolare, tra gli intervistati che reputano più difficile gestire il break lavorando da casa, il 39% ritiene che sia più complesso mantenere un menu vario e bilanciato, il 42% percepisce il momento della pausa come meno rilassante con l’impossibilità di staccare davvero dal lavoro, mentre il 49% denuncia una minore possibilità di fare movimento e il 30% pensa di avere meno tempo per se stesso.

RIVOLUZIONE GIA’ FINITA? – E se fino a poco tempo fa, in molti erano concordi nel sostenere che dallo smart working difficilmente si sarebbe potuti tornare indietro, qualche segnale nella direzione opposto in realtà c’è. E’ notizia di pochi giorni fa, che il colosso bancario statunitense Jp Morgan ha ridotto drasticamente l’uso dello smart working fra i suoi dipendenti, chiedendogli di rientrare entro il 21 settembre. Motivo? Il lavoro agile avrebbe avuto impatti negativi sia sulla produttività, sia sulla creatività dei dipendenti, specie sui più giovani.

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