Tanta voglia di protezionismo

Dietro alla rivolta anti italiani degli operai inglesi il dilemma su come uscire dalla crisi


E’ già successo una volta e andò male. Negli anni Trenta, dopo il crollo di Wall Street e durante la Grande Depressione, le massime autorità economiche dell’Occidente risposero con misure protezioniste.

Tutto cominciò con lo Smoot-Hawley Tariff Act del 1930, che provocò un generale innalzamento delle tariffe doganali, una guerra commerciale tra Usa ed Europa e il conseguente soffocamento del commercio internazionale.
La crisi finanziaria si trasformò così in recessione globale.

Oggi sta succedendo qualcosa del genere sul fronte del lavoro. Gli operai inglesi del Lincolnshire protestano contro l’impiego nella raffineria di Lindsey di operai italiani e portoghesi dipendenti dell’impresa siciliana Irem che s’è aggiudicata un contratto di subfornitura. Chiedono, di fatto, che i posti di lavoro in Inghilterra vadano agli inglesi.

Ma questo è in contraddizione con i principi del libero mercato (e della libera circolazione dei lavoratori) di cui gli stessi britannici godono in altre parti del mondo. E’ la competizione: in teoria dovrebbe spingere alla formazione continua del lavoratore.

Sul piatto, le maestranze inglesi mettono però il rischio che un’intera area geografica si impoverisca. Accusano i “padroni” di giocare al ribasso e di assumere lavoratori stranieri non perché più qualificati di quelli locali, bensì perché semplicemente meno costosi.


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