Mal di merito. Il posto lo ottieni se hai la “spintarella” – Dal libro di Floris, una nuova denuncia al malcostume che paralizza l’Italia. Ma occorre fare un distinguo

Dal libro di Floris, una nuova denuncia al malcostume che paralizza l'Italia. Ma occorre fare un distinguo

Con Mal di merito, Giovanni Floris (giornalista, autore e conduttore di Ballarò) dà una nuova spallata al sistema dei privilegi nostrani, andando ad ingrossare le fila di coloro che nei mesi recenti hanno preso di mira, con inchieste e denunce, le caste del potere made in Italy. E chi, nel suo piccolo, tra la società civile, ne asseconda l’andazzo.
Il sottotitolo del libro è emblematico: L’epidemia di raccomandazioni che paralizza l’Italia. La piaga della spintarella ha effetti devastanti sul mondo del lavoro: il sistema delle professioni è congestionato da chi ha una determinata posizione per via ereditaria, da chi non riesce ad affermarsi solo perché svantaggiato in partenza (ma può trovare un accogliente rifugio all’estero, dove lo attende una carriera brillante), da chi deve chinare sempre il capo attendendo il favore del potente di turno.

Tra i figli di chi ha solo la terza media, appena il 10 per cento arriva alla laurea: un problema genetico? C’è una facoltà di Economia in cui 8 professori hanno lo stesso cognome: un caso di omonimia? L’età media di chi controlla le imprese italiane è 61 anni: questione di esperienza?
Tre domande retoriche formulate dall’autore, e un’unica risposta: “No. Sono i sintomi di un paese sull’orlo del ricovero.”
La lente di Floris si addentra tra nei meandri del sottosegretariato alla Difesa, dove scopre l’esistenza di un “archivio raccomandazioni”, celato in uno stanzone traboccante di plichi e scatoloni; così come nel database delle Poste, che nel 2005 archivia meticolosamente le richieste di assunzioni e promozioni, le risposte e l’esito finale delle autorevoli intercessioni. Ma malcostume e baronie dilagano anche nel privato, dove la successione dinastica al vertice delle imprese fa sì che queste non siano guidate necessariamente dai manager migliori. (Non a caso l’80 per cento delle aziende a conduzione o a controllo familiare scompare entro la terza generazione).

 

Un sistema che, sottolinea l’autore, funziona con la connivenza della gente, come testimonia una recente ricerca dell’Isfol, in base alla quale un italiano su due dichiara di avere trovato un lavoro grazie alle amicizie, mentre sette ragazzi su dieci pensano che un “aiutino” serva a laurearsi in fretta.

Ma è davvero così corrotto il sistema di reclutamento delle nuove risorse?
Per capire il punto di vista di chi assume abbiamo consultato Paolo Citterio, presidente dell’Associazione Direttori Risorse Umane (Gidp/Hrda), attento conoscitore del mercato del lavoro (e voce interpellata da Floris nelle pagine del libro), che ci invita tuttavia a fare un distinguo.
«Esiste un’esigenza organizzativa, oltre che etica, che non ci consente di aderire alle richeste di chicchessia per assumere candidati. Pochi, davvero pochi, cedono a questo tipo di lusinghe.» Prosegue il fondatore di Gidp: «Differente è invece l’approccio della “segnalazione“. Spesso mi è infatti capitato di incontrare gente veramente in gamba (figli di amici, perché no?) che ho segnalato ad altre aziende con l’intenzione di fare un favore all’amico che presiedeva l’impresa, la direzione o il reparto e con la consapevolezza di presentare qualcuno che poteva rivelarsi una risorsa preziosa in quell’ambito professionale. Sono infatti sicuro di far felice il primo e il secondo per l’opportunità solo di farli incontrare, senza nessun ruolo di potere. Questa la definiamo una spinta di potere o un’opportunità per entrambi?»

(L.F.)

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