Pensioni, un’anomalia tutta italiana

Il nuovo sistema previdenziale sottrae risorse strategiche alla creazione di un moderno sistema di ammortizzatori sociali. L'iniquità intergenerazionale si fa molto più acuta

 

L’accordo sulle pensioni, raggiunto lo scorso venerdì dal governo, ha il sapore di una controriforma. Che guarda al passato remoto. Ignorando il futuro delle nuove generazioni.

Hanno vinto i sindacati, i loro iscritti. In maggioranza pensionati e lavoratori vicini alla pensione.
I giovani dovranno, come ha detto Francesco Giavazzi sul Corriere della Sera (editoriale di sabato 21 luglio), “continuare a pagare contributi salati per consentire all’Inps di erogare pensioni a una minoranza di fortunati“.

RIFORMA PENSIONI, IL FORUM

Questo è il secondo colpo mortale a chi sperava in un abbassamento della pressione fiscale e contributiva. Il messaggio dell’esecutivo e della maggioranza è chiaro: “Scordatevelo“.

Il recente aumento degli stipendi dei pubblici dipendenti, altra categoria di privilegiati, ha reso altamente improbabile qualsiasi ipotesi di taglio alle imposte.
Oggi l’abbandono dello scalone Maroni, ha reso impossibile qualsiasi alleggerimento contributivo.
Ci saranno, invece, ritocchi alle aliquote dei lavori parasubordinati. Come ha detto, appena dopo l’accordo, il ministro del Lavoro, Cesare Damiano, alla disperata ricerca di risorse per finanziare la riforma.

Pure le speranze di avere un welfare all’europea sono state immolate sull’altare previdenziale.
Il terrificante modello italiano, cosi come è stato definito dal ministro per il Commercio internazionale, Emma Bonino, rimane immutato. Il 61,3% della spesa previdenziale va in pensioni contro il 45,9% della media europea. Se si aggiungono i capitoli “malattia e salute” si arriva al 93,3%. Le briciole – il restante 6,7% – sono destinate alla protezione sociale. Il 4,4% va alle famiglie, contro una media Ue del 7,8%. Il 2% è destinato ai disoccupati: media Ue 6,5%. Infine alla casa è riservato lo 0,1%.

Tutta l’Europa ha imboccato una strada diversa. In Spagna e Olanda non si va in pensione prima di aver compiuto 65 anni. In Svezia sono richiesti 65 anni di età e 40 anni di contributi. In Francia, da gennaio, si dovranno versare 40 anni di contributi, in Svizzera 65 anni e 44 di contributi.
In Portogallo, il governo socialista di José Socrates, ha aumentato di botto l’età minima per la pensione da 60 a 65 anni.
Riforme previdenziali in salsa bipartisan. Non esiste un vento di destra che attraversa il continente.

Causa ed effetto. Ma non in Italia. Nonostante i livelli di fecondità più bassi e di longevità più alti. Nonostante il progressivo invecchiamento della popolazione sia sensibilmente più accentuato che altrove. Nonostante la  crescita economica sia tra le più asfittiche dell’area euro.

La controriforma Prodi rischia di trasformarsi in un pericoloso boomerang per i giovani (e meno giovani) lavoratori. Sottrae risorse strategiche per creare un moderno sistema di ammortizzatori sociali. È un grave atto di irresponsabilità.
Non sono stati sufficienti i richiami di Bruxelles e della Banca d’Italia. Le analisi dell’Ocse e del Fondo monetario internazionale.
Il paese dei precari, degli stipendi da fame (anche per colpa dell’elevata pressione fiscale e contributiva), dell’insostenibile tasso di disoccupazione femminile. ancora una volta si presenta senza progetti e pronto a far salti nel buio pur di accontentare questo o quel campanile.

Fabio Cavallotti

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