Pensioni, cambia tutto

Saranno introdotte le cosiddette quote, ovvero la somma dell’età anagrafica con quella contributiva. Dunque dal 2009, per lasciare il lavoro, si dovrà raggiungere quota 95, ma con un minimo di 59 anni. Dal gennaio 2011 si passa a quota 96, con 60 anni. Infine dal 2013 sarà il turno di quota 97, con età minima a 61 anni. Quest’ultima quota non entrerà in vigore, qualora l’andamento di conti pubblici sarà positivo e ri isparmi fossero sufficienti a mantenere il regime previsto dal 2011.

Per i lavoratori arriva una penalizzazione di un anno. Di conseguenza dal 2008 andranno in pensione a 59 e nel 2013 con almeno 62 anni.

Lavoratori usuranti esclusi dalla riforma. Non subirà ritocchi all’età pensionabile chi è impegnato in attività usuranti, così come sono definite dal decreto Salvi (miniere, cave, catene di montaggio).

Nessun cambiamento per le donne. L’età per la pensione di vecchiaia resta a 60 anni.

Per chi ha maturato 40 anni di contributi potrà lasciare il lavoro con quattro finestre annuali, invece delle due previste dalla legge Maroni.

Rinviata la decisione sui coefficienti, cioè quella cifra determina l’ammontare della pensione. Fino al 2010 nessun intervento. Successivamente le modifiche saranno triennali e automatiche, ma i criteri di determinazioni dovranno essere fissati da una specifica commissione.

10 miliardi di euro in 10 anni. E’ questo il costo delle riforma previdenziale. In particolare 7,5 serviranno per abolire lo scalone e 2,5 per i lavori usuranti.
Le fonti di copertura arriveranno, secondo quanto ha detto il ministro del Lavoro, Cesare Damiano, da risparmi e accorpamenti degli enti previdenziali, dall’aumento delle aliquote contributive per i lavorai parasubordinati e dall’armonizzazione dei fondi speciali.

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