Tfr, quando il silenzio non è d’oro

Ebbene per queste linee d’investimento, i rendimenti sono stati, nel 2006, del 1% e, al 30 aprile 2007, ancora più bassi: 0,8%. A fronte di un rendimento garantito dalla liquidazione pari al 2,5%.
Male anche il fondo Cooperlavoro, fondo destinato ai lavoratori delle cooperative, con performance nel 2006 e nel 2007 rispettivamente dell’1 e dell’1,7%.

Su questi rendimenti, forse dovrebbe essere concesso il beneficio d’inventario dell’arco temporale considerato. Un po’ troppo corto, mentre gli investimenti pro-pensioni sarebbero da valutare in periodi di tempo medio-lunghi.
I dati presentati dal presidente della Covip (la Commissione di vigilanza per i forndi pensione), Luigi Scimìa, in occasione della relazione 2006, sembrano confermare questa ipotesi.
“Il rendimento generale medio dei fondi pensione di nuova istituzione – si legge – è stato pari all’8,5%, superando in misura significativa la rivalutazione del Tfr…. I fondi pensione negoziali hanno messo a segno un rendimento del 7,4% mentre il rendimento dei fondi pensione aperti è stato dell11,5%”.
Un trend di crescita che, sempre secondo le parole di Scimìa, appare consolidato: nell’arco di tempo 2003-2005 il rendimento generale dei fondi pensione di nuova istituzione è stato del 19,2%, rispetto a una rivalutazione netta del Tfr pari all’8,2%, i negoziali hanno reso il 17,8%, quelli aperti il 22,9%.

Dati che creano ulteriore confusione – questo benedetto Tfr va investito? -, ma che sono fortemente contestati da larga parte della comunità degli analisti finanziari.
Capofila della protesta è il professore Beppe Scienza, docente di metodi e modelli matematici per la pianificazione economica all’università di Torino, che ha definito la riforma un regalo alle società di risparmio gestito. Nel mirino di Scienza, che in questi giorni ha dato alle stampe il libro, dal titolo più che eloquente, “La pensione tradita”, ci sono proprio i rendimenti.

I fondi pensione, è questo il suo atto di accusa, sono previdenziali solo nella rendita erogata a pensionamento acquisito. Nella gestione sono comuni prodotti finanziari soggetti ai rischi legati al mercato. Non esistono garanzie per il futuro.
Così come è assente qualsiasi strumento in grado di proteggere il capitale dalle tensioni inflative. Un pericolo in più per la liquidazione, visto che, “dal 1962 al 1982 – dice Scienza – la Borsa, in termini di potere d’acquisto, ha perso il 70%… “.
Conclusione? Il professore non ha dubbi: “di fronte ai troppi messaggi pro fondo pensione forse è meglio prendersi un po’ di tempo per riflettere, mantenendo, per il momento il Tfr in azienda”.


Un ginepraio, quello della riforma previdenziale, fitto e intricato. Comunque qualche mese di ritardo nell’eventuale conferimento non compromette il futuro economico della vecchiaia. Per questo motivo va accolto il consiglio di prendersi una pausa di riflessione, magari aspettano che la calura estiva, sempre in grado di generare scompensi all’agire razionale, lasci il posto al più fresco autunno.

Rinvio della decisione che deve essere esplicito, cioè ricorrendo ai moduli Tfr 1 (assunti prima del 31 dicembre 2006) oppure Tfr 2 (assunti dopo il 31 dicembre 2006). Come si è visto il silenzio e l’assenso presentano parecchi lati oscuri. Sopratutto nelle possibilità di scelta: gli smemorati non potranno godere del contributo aziendale che può arrivare fino al 1,5% delle reddito annuo lordo. Con ciò rinunciando alle agevolazioni fiscali previste dalla legge.

Fabio Cavallotti

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