Più alti i guadagni extra-parlamentari, minore la presenza in Aula – Un’indagine di alcuni economisti de La Voce denuncia maggiore assenteismo proprio tra i deputati che al reddito da parlamentari sommano quello di prestazioni private

Un'indagine di alcuni economisti de La Voce denuncia maggiore assenteismo proprio tra i deputati che al reddito da parlamentari sommano quello di prestazioni private



In Italia (come del resto in numerosi altri paesi) il cittadino che viene eletto in Parlamento è libero di continuare a svolgere l’attività che aveva nel settore privato, sommando ai redditi da deputato quelli del lavoro extra-parlamentare.
In questo modo si cerca di garantire un folto bouquet di candidature provenienti dal mondo di persone già affermate in qualità di liberi professionisti, imprenditori, dirigenti, magistrati?, con l’auspicio che nel risolvere i problemi del paese sappiano dimostrare abilità pari a quelle con cui si sono distinti nel privato.

Parliamo di persone che normalmente già dispongono di un reddito piuttosto elevato e che difficilmente troverebbero motivazioni tali da spingerli a dedicarsi ad altro, non fosse garantito loro un ulteriore e cospicuo incentivo economico. Eventuali motivazioni di ordine ideologico sono difficilmente quantificabili e comunque vengono ritenute di secondaria importanza dagli economisti (Stefano Gagliarducci, Tommaso Nannicini e Paolo Naticchioni) che hanno realizzato l’indagine.

Negli Stati Uniti, ad esempio, i redditi esterni da lavoro non possono eccedere il 15 per cento dello stipendio di un Executive Public Officer (circa 18.533 Euro nel 2006). In Italia questo limite non c’è e come sappiamo i redditi dei parlamentari arrivano a toccare i 12.000 euro al mese (comprensivi di indennità, diaria, rimborsi spesa, esenzioni e privilegi di diversa natura) ai quali vanno aggiunti, ove presenti, i redditi da lavoro extra-parlamentare, che in molti casi superano i 100.000 euro annui.

Chi in questi giorni è già prostrato dagli effetti dell’annuale flebotomia sui redditi per opera dell’Erario, potrebbe forse cercare (magra) consolazione nell’ipotesi che a fronte di entrate così cospicue, vi sia il contributo prezioso di chi, forte di un’esperienza di alto livello professionale in ambito privato, si dedica con impegno e cognizione di causa a migliorare la vita della res publica.

Ma ancora una volta le illusioni si infrangono di fronte all’ineluttabilità delle cifre: chi più guadagna, più latita.

Il quadro che emerge, infatti, dall’interessante ricerca pubblicata su La Voce, non offre consolazione  alcuna: i parlamentari con professione privata meglio retribuita (e minori vincoli di incompatibilità, ad eccezione dei magistrati) sono quelli che registrano il maggiore assenteismo.
Riportiamo la tabella tratta da La Voce, che elenca la media del reddito da lavoro extra-parlamentare (annuo), i dati dell’assenteismo in votazioni elettroniche (nella legislatura) e del numero di disegni di legge di prima firma presentati (nella legislatura), divisi per precedente professione.

Professione precedente

Reddito extra-parlamentare (?)

Assenteismo %

Ddl di prima firma

Avvocati

113,500

37

13.5

Professori

109,300

37

10.7

Imprenditori

106,600

34

8.5

Militari

82,800

39

15.5

Magistrati

60,600

36

13.9

Dirigenti privati

58,100

34

8.2

Dirigenti PA

49,500

35

11.3

Lavoratori autonomi

44,400

32

11.0

Dottori

41,500

32

12.5

Giornalisti

37,600

36

10.9

Sindacalisti

17,800

33

7

Insegnanti

17,200

27

12.9

Impiegati

14,900

27

11.3

Dirigenti di partito

12,500

27

7.3

Operai

2,100

23

10.2

Studenti

0

23

7.5

Viene da chiedersi se sia meglio un deputato o un senatore già affermato in ambito professionale privato, che latita i lavori dell’Aula e porta a casa stipendi iperbolici (con doppio reddito) o un parlamentare meno blasonato e… meno latitante.

L.F.

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