Professione fotoreporter

Intervista a Paolo Pellegrin, una mano tesa a chi non teme di conoscere un'umanità dolente



Fotogiornalista  tra i più affermati nel panorama internazionale. Membro della mitica Magnum dal 2005, vincitore di otto World Press Photo e di altri prestigiosi premi, tra cui la Robert Capa Gold Medal , l’Eugene Smith Grant in Humanistic Photography, l’Olivier Rebbot for Best Feature Photography…
Il Museo di Roma in Trastevere, ospita dal 1 giugno al 9 settembre 2007, Broken Lansdscape, un’ampia selezione dal lavoro di Paolo Pellegrin.
Noi lo abbiamo intervistato, per scoprire quello che le sue foto non dicono…

Come sei diventato un fotoreporter?

Mi ero iscritto alla facoltà di architettura, ma dopo un paio d’anni ho capito che fare l’architetto non sarebbe stata la mia strada. Dapprima ho sentito l’esigenza di crearmi un’autonomia, lasciai Roma, dove nel frattempo avevo frequentato un corso di fotografia e andai a vivere a Parigi. Qui sono entrato in contatto con un’agenzia fotografica con cui ho cominciato a collaborare…

E’ stato un caso, o c’è qualcosa che ti ha fatto capire che la fotografia poteva diventare la tua professione?

A un certo punto ho capito che la fotografia per me poteva essere lo strumento ideale per esprimermi, per comunicare. O meglio, io potevo diventare lo strumento per realizzare quel dialogo che si crea ogni volta, tra un’immagine e chi la osserva. Una mano tesa che mette in contatto chi guarda la foto con la realtà che essa rappresenta.

Ricordi la tua prima immagine? Esiste una fotografia alla quale sei particolarmente affezioanato?

Non ho un’immagine particolare, sono i ricordi dei momenti che hanno accompagnato lo scatto di alcune mie fotografie a rimanermi più impressi: tra i più intensi ricordo una settimana chiuso nel bunker di Arafat, a Ramallah. Ma ricordo con emozione anche tanti incontri con gente comune.  

L’utilizzo dei nuovi corredi digitali ha cambiato qualcosa nel tuo lavoro?

Ci sono aspetti positivi e altri negativi. La possibilità, ad esempio, di inviare grazie al satellite foto digitali quando ti trovi in un paese lontano, magari in guerra, permette di fornire una testimonianza in tempo reale di ciò che sta succedendo. E’ straordinario. D’altro canto, la fotografia non è la televisione, richiede i suoi tempi di assimilazione e il rischio è quello di stravolgere la sua natura, di impedire che le immagini “decantino” impedendo quel dialogo cui accennavo prima.

La televisione non sottrae al fotogiornalismo il primato dell’immagine?

Oggi immagini e notizie fanno il giro del mondo prima ancora che l’inviato sul campo venga a conoscenza dei fatti. Ma non credo sia venuta meno la funzione informativa del fotoreportage, anche perché la fotografia non è come la televisione, richiede una partecipazione attiva da parte di chi osserva e rimane impressa in modo diverso.

La sensazione è che il fotogiornalismo oggi punti a immagini sempre più “scioccanti”… La crudeltà che ci troviamo davanti agli occhi non rischia di farci reagire troppo emotivamente, a scapito di atteggiamenti più riflessivi? Non rischiamo di “abituarci” al dolore altrui?

Non saprei dire se le immagini “forti” siano una prerogativa del fotogiornalismo odierno… Credo comunque sia sempre meglio fare arrivare un’immagine al pubblico, anche se brutale, piuttosto che “non dire”.
Un servizio fotografico sul Darfour, ad esempio, serve a far sapere che esiste una realtà umana disperata, che difficilmente, le persone potrebbero conoscere in altro modo, perché i media tradizionali non ne parlano. Col mio lavoro voglio portare l’attenzione delle persone su realtà – o meglio, frammenti di realtà – che normalmente vengono ignorate.

Cosa ti spinge a fotografare ciò che istintivamente non vorremo mai guardare (come la rappresentazione della morte)?

Racconto momenti che appartengono all’umanità di oggi, e che non si può fingere che non esistano. Ciò che per me è importante, è lasciare qualcosa di “aperto”, di “incompiuto” in ogni fotografia, un invito rivolto a chi la osserva a dialogare con l’immagine, a partecipare in modo attivo alla sua fruizione. A completare il quadro con la propria presenza, con le proprie riflessioni e i propri sentimenti.

“Le fotografie non possono creare una posizione morale, ma possono rafforzarla”, scriveva Susan Sontag. Sei d’accordo?

…Direi di sì? Con le mie immagini non ti dico ciò che è giusto o ciò che è sbagliato, ma vorrei creare un contatto tra la realtà rappresentata e chi osserva l’immagine. Se ciò avviene, immagino che la persona davanti alla fotografia non potrà evitare di porsi anche delle domande di natura etica.

Quali sono oggi le concrete possibilità lavorative per un aspirante fotoreporter?

Life Magazine chiude i battenti, e non è il solo. Ma si aprono nuove prospettive, soprattutto grazie a Internet. Conosco persone di grande talento in Italia, giovani fotoreporter cha fanno lavori di qualità e che continueranno a lavorare bene. Non dico sia facile, ma le possibilità non mancano.

Laura Ferrari

 

 

© Italiaonline S.p.A. 2020Direzione e coordinamento di Libero Acquisition S.á r.l.P. IVA 03970540963

Professione fotoreporter