Tfr, un salvagente per la pensione

Chi ricorre alla previdenza complementare si mette al riparo dalla revisione dei coefficienti di trasformazione e dagli effetti del metodo contributivo. Lo dice la Ragioneria dello Stato

 

“Senza accordo restano scalone e coefficienti”. Sono state queste le parole del ministro dell’Economia, Tommaso Padoa-Schioppa, che hanno mandato su tutte le furie i sindacati – con annessa minaccia di sciopero generale – e l’ala radicale dell’esecutivo.

Dal 2008 si smetterà di lavorare a 60 anni e con pensioni più basse. Sarebbe questa la realtà se le parole del titolare dell’Economia diventassero realtà e non si trovasse una soluzione per avviare la riforma del sistema.
Ma è improbabile. Dopo tutto il confronto con le parti sociali è  appena iniziato. C’è, poi, un programma da rispettare. Ed è quello elettorale: nella pagina 169, capitolo “Una previdenza sicura e sostenibile”, c’è scritto chiaramente che sarà abolito lo scalone introdotto dalla legge Maroni.

Da segnalare il pieno appoggio a Padoa-Schioppa dal presidente di Confindustria, Luca Cordero di Montezemolo, che si è detto stupito del “silenzio assordante” circa le posizioni riformiste del ministro.
Montezemolo ha ribadito, nell’ambito del Forum internazionale Economia e Società aperta, l’urgenza di un intervento in materia previdenziale. La mancanza di risorse per gli investimenti e in genere per il futuro del paese sono legati – ha sostenuto il presidente di Confindustria – al costo delle pensioni rispetto alla continua crescita dell’età media e a quanto avviene nel resto dell’Europa. Prodi ha gettato acqua sul fuoco delle polemiche. “Quella delle pensioni è una riforma complessa. Ma posso assicurare che l’accordo lo troviamo”, ha detto il premier in un’intervista a Radio 24. Il principio guida, per dipanare la matassa, sarà quello del do ut des. Ovvero sacrifici in cambio di benefici.

Uno dei motivi di scontro ha il perno sul coefficiente di trasformazione. Una cifra che indica il valore per il quale va moltiplicato il montante contributivo accumulato dal lavoratore per ottenere l’importo annuo della pensione. Questo valore diventa progressivamente più favorevole all’aumentare dell’età di pensionamento nella fascia 57-65 anni.
La revisione è stabilita nella riforma Dini – quella che ha introdotto il passaggio dal metodo retributivo a quello contributivo -. Deve essere fatta ogni dieci anni per adeguare il trattamento pensionistico alle variazioni delle vita media e del reddito prodotto nel paese.
Perché fa paura il ritocco di questa cifra? Il motivo è semplice: un sensibile adeguamento verso il basso del coefficiente a parità di età – e di contributi – riduce l’importo della pensione.

Un futuro di vacche magre per i lavoratori di oggi. Così almeno si dice. L’effetto combinato del contributivo – che progressivamente sta entrando a regime – e la possibile revisione dei coefficienti darebbe come risultato una pensione quasi dimezzata rispetto allo stipendio.

A rincuorarci arriva un studio della Ragioneria generale dello Stato. Il lavoro, intitolato “Le tendenze di medio lungo periodo del sistema pensionistico e socio-sanitario”, rifà i conti delle casse previdenziali.
Ebbene il risultato corregge di molto i toni drammatici. A un patto: che il Tfr sia investito in un fondo pensione. A questa condizione, il tasso di sostituzione (il rapporto tra ultimo stipendio e pensione) è in grado di reggere a qualsiasi revisione dei coefficienti e al metodo contributivo.
Utilizziamo i calcoli della Ragioneria. Il caso è quello di un lavoratore che va n pensione a 63 anni con 35 di contributi nel 2020. Oggi prende il 77,8% dello stipendio, con la rettifica dei coefficienti scende al 71,8%. Per chi ha investito il Tfr in un fondo pensione, la pensione sale al 77,3%.
Nel 2050, invece, il lavoratore, se è ricorso alla previdenza complementare, potrà beneficiare di un guadagno rispetto all’attuale sistema. Infatti il tasso di sostituzione passerà al 78%.

Il progetto governativo di riforma percorrerà tre strade: il mercato del lavoro, le pensioni e la contrattazione.
Sulla prima si troverà la riforma degli ammortizzatori sociali, con una nuova indennità di disoccupazione, in grado di assorbire anche quella di mobilità. Sarà pari al 60% della retribuzione (ma si perde se non si accettano proposte di formazione e reimpiego).
Sarà prevista l’unificazione della cassa integrazione ordinaria e straordinaria.
L’assegno di disoccupazione sarà erogato anche ai lavoratori parasubordinati. La misura verrà finanziata da un progressivo aumento dei contributi.
Allo studio l’introduzione del divieto di ripetere all’infinito i contratti a termine: saranno proposti incentivi per le imprese che assumeranno a tempo indeterminato.

Dallo scalone agli scalini. E’ questo ciò che di dovrebbe trovare sulla via che porta alla riforma previdenziale. Nel 2008 si andrà in pensione a 58 anni – anziché 60 – e poi un anno in più ogni 18 mesi fino a toccare i 62 anni nel 2014. Lo stesso punto di arrivo della legge Maroni, ciò significa che da questo termine i risparmi saranno analoghi.

La revisione dei coefficienti sarà rinviata a un tavolo tecnico. E la formula della concertazione, nella forma di una commissione ad hoc, verrà utilizzata per stabilire quali sono i lavori usuranti da escludere dagli scalini.

Fabio Cavallotti

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