Ferragamo: “Dovremmo avvicinarci al modello francese”

Intervista al Presidente di una delle griffe più rappresentatrive dello stile italiano nel mondo. «Maggiore impegno dello Stato a favore dell'artigianato e dei nuovi imprenditori. E più ricerca».



Un gruppo che nel 2006 registra ricavi per 631 milioni di euro, 450 negozi nel mondo, una famiglia numerosa (63, tra coniugi acquisiti, figli, nipoti e pronipoti) che porta avanti dal 1927 un simbolo del made in Italy, un’azienda che ha saputo “sfamiliarizzarsi” affidando recentemente il timone a un Ad esterno e che prepara l’ingresso in Borsa
Parla Ferruccio Ferragamo, presidente dell’illustre maison fiorentina

Il presidente della Camera, Fausto Bertinotti, ha recentemente definito il capitalismo italiano “devastato” e “impresentabile”. Un giudizio condivisibile?

Se con la parola capitalismo si intende imprenditoria, condivido che non è nel suo momento migliore, bombardato com’è da vincoli e difficoltà di ogni tipo, da farraginosità, oltre che da una instabilità di regole per cui ciò che oggi sembra realtà domani viene cancellato o modificato. Certamente questo non aiuta gli investitori e non siamo più interessanti per il mercato internazionale; mentre prima l’Italia era un paese che cresceva grazie agli investimenti stranieri, oggi siamo tra gli ultimi posti in Europa e con poche prospettive di miglioramento nel futuro a breve.

Con la nomina di Michele Norsa, un’azienda a conduzione rigorosamente familiare per 80 anni, cede il timone a un amministratore delegato ‘esterno’. Il capitalismo familiare è un modello che vacilla?

L’ingresso di un manager esterno fa parte di un preciso programma per portare la nostra azienda ad una quotazione  in Borsa e consolidarla. Questo non significa che la famiglia si ritiri, anzi, siamo tutti presenti nel Consiglio di amministrazione, insieme ad altri consiglieri esterni, e ci concentriamo di più sugli aspetti strategici, valutando attentamente l’andamento dell’ azienda con impegni ambiziosi di sviluppo per il futuro.
Credo molto nel capitalismo familiare, senza fare regole generali perché penso che le varie situazioni cambino da caso a caso.

L’ingresso in borsa della Ferragamo spa è il passo successivo? Quali sono i vantaggi nel diventare una public company e quale l’impegno richiesto?

Ci siamo da sempre dati una disciplina di gestire bene l’azienda e di comportarci il più possibile come se fosse già quotata. Per un’azienda spesso disciplina significa salute. Credo che sia molto importante che un’azienda sia sana, efficiente e guardi dritto agli obiettivi.
E’ una decisione che abbiamo preso anche perché siamo vari fratelli, con molti figli, nipoti e già alcuni pronipoti: rendere pubblica una compagnia è anche un modo per lasciarli liberi  di crescere e dare loro eventualmente una facile way out.

Ritiene che i provvedimenti riguardanti il sostegno all’imprenditoria, adottati dalla Finanziaria 2007, siano sufficienti? Ovvero, lo Stato supporta le imprese in modo adeguato? 

Sicuramente lo stato italiano ha sempre beneficiato della creatività e della capacità imprenditoriale degli italiani, che hanno fatto veramente molto con le proprie forze.  Mi piacerebbe che lo Stato si avvvicinasse di più al modello francese, dove è da sempre molto vicino all’imprenditoria e dove i problemi vengono affrontati e risolti.
Credo che siamo stati superati dalla stessa Francia come paese che attrae capitali esteri.
Mi piacerebbe un maggiore impegno da parte dello Stato soprattutto nel sostenere non grandi aziende che non sono competitive, ma nuovi imprenditori anche per mantenere quelle competenze artigianali o industriali da cui possono nascere importanti aziende. E soprattutto penso che dovrebbe essere incoraggiata la ricerca.

La delocalizzazione della produzione ha fornito alle imprese italiane un notevole vantaggio competitivo (e al consumatore la possibilità di acquisti a basso costo).  In questo contesto, come salvaguardare il marchio del “made in Italy”? 

Questo problema per la nostra azienda non esiste, noi produciamo in Italia al 100%. Per ridurre la delocalizzazione basterebbe semplificare e ridurre costi e burocrazie.

Dai piedi di Gloria Swanson e Rodolfo Valentino all’avvio di 450 punti vendita in oltre 55 Paesi. Quali sono i rapporti con i mercati dei paesi orientali, in particolare con la Cina?

Il mercato asiatico è molto importante, il consumatore è attento e sensibile sia ai prodotti Made in Italy sia al mondo della moda in generale.
Noi siamo presenti in Cina già dal 1993 e ora abbiamo trenta punti vendita monomarca. Credo che sia un mercato che continuerà a crescere e che si moltiplicheranno i consumatori cinesi che viaggeranno nel mondo.

Il core business dell’azienda rimane “la scarpa”, ma vi sono altri settori strategici in cui la maison investe?

Per noi la scarpa rimarrà sempre il settore più importante, ma nel quadro di una maison completa.
Abbiamo anche ricostituito una Ferragamo Parfum dopo alcuni anni di joint venture e devo dire con soddisfazione che si tratta di un settore in profitto che fa un buon lavoro di comunicazione e brand awareness. Non credo che avremo grandi proliferazioni di nuovi settori, ma approfondiremo quelli sinergici all’azienda.

Esiste un modo per coniugare cultura e industria? Qual è la via intrapresa dal Gruppo e quali prospettive?

Credo che l’appoggio alle inziative culturali sia un aspetto importante dell’imprenditoria, italiana e non.
Per noi si tratta di una lunga tradizione, da moltissimi anni siamo tra gli sponsor del Teatro Comunale di Firenze e di altre istituzioni culturali in tutta Italia.
Recentemente abbiamo ampliato e ristrutturato il nostro museo di calzature storiche, che fa  parte dell’associazione Intrapresae Collezione Guggenheim. Nel 1999 abbiamo ricevuto il primo premio Guggenheim Impresa e Cultura, proprio per la nostra scelta aziendale di investire stabilmente in cultura.

Che rilievo viene attribuito alla responsabilità sociale di impresa e quali provvedimenti adotta la sua azienda?

Credo che il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, insieme alla Unioncamere abbia iniziato un ottimo approccio per incoraggiare le aziende, piccole e grandi, a valorizzare le risorse umane, tutelare l’ambiente e rispettare un codice etico.
Si tratta di creare valori che alla fine si riflettono positivamente sia sulla competività aziendale che sul benessere della comunità.
Noi siamo da sempre molto attenti alla sicurezza sul lavoro e  collaboriamo attivamente e in maniera continuativa con varie fondazioni impegnate nella responsabilità sociale, in particolar modo nell’ambito medico. Recentemente abbiamo avviato un programma che coinvolge tutta la rete di produzione, soprattutto la pelle, con cui stiamo cercando di condividere un codice etico di comportamento di rispetto delle normative sul lavoro.
Abbiamo anche una attività convinta di sostegno ai giovani con borse di studio, spesso in collaborazione con Polimoda.

In qualità di presidente di Polimoda (ma soprattutto perché padre di sei figli), quale messaggio indirizzerebbe ai giovani che desiderino avviare un’attività imprenditoriale?

Come ho più volte detto, bisogna cercare di capire l’indole dei ragazzi fin da giovanissimi in modo da indirizzarli agli studi che più si confanno ai loro interessi.  Credo che sia importante che facciano ciò per cui sono portati, perché il lavoro deve essere anche una cosa piacevole e che si fa con passione.
Credo molto negli stages, trovo che sia un sistema fantastico per loro in quanto li aiuta a rompere il ghiaccio con il mondo del lavoro.  Provo comunque molta ammirazione per i giovani perché si devono giostrare tra varie difficoltà e poche strade aperte.

Laura Ferrari

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