Pensioni, domande fondamentali

La crisi del sistema previdenziale sta rendendo sempre più significativa la disuguaglianza tra le generazioni. C'è il serio rischio che tutti i sacrifici debbano essere sostenuti unicamente dai lavoratori più giovani

 

 

articolo tratto da Lavoce.info

1) I giovani avranno la pensione? E se sì, a che condizioni la avranno?

Per effetto delle riforme pensionistiche dell’ultimo decennio, per i giovani i tassi di rimpiazzo (ovvero il rapporto tra prima prestazione pensionistica e ultimo salario) delle generazioni che vanno in pensione ora sono irraggiungibili. Questo perché la pensione pubblica offrirà un rimpiazzo del reddito da lavoro del 35-40 per cento nei casi migliori, contro l’attuale 65-70 per cento. (1) L’unica via per coprire questo “buco” pensionistico è garantire, specialmente ai giovani, rendimenti più elevati all’accantonamento ora versato al trattamento di fine rapporto.

TFR E PENSIONE. ECCO COME DECIDERE

Il rischio è che un giovane che oggi entra nel mercato del lavoro finisca, anche dopo 45 anni di lavoro (otto anni in più in media di chi va in pensione ora), per ricevere una pensione inferiore al minimo sociale. È una questione di equità intergenerazionale e sostenibilità allo stesso tempo. L’aliquota di equilibrio (il contributo che dovrebbe essere pagato per azzerare il deficit dell’Inps) è oggi vicina al 45 per cento. Come si può a chiedere a qualcuno di trasferire quasi il 50 per cento del proprio salario a chi va in pensione a 57 anni, dopo 35 di lavoro, sapendo che lui stesso percepirà una pensione, in rapporto all’ultimo salario, del 20-30 per cento inferiore a quella del beneficiario del suo trasferimento?

Quindi per i giovani deve essere incentivato al più presto il trasferimento del Tfr ai fondi pensione. Il sindacato ha un ruolo fondamentale da giocare in questo quadro. I giovani sono spesso occupati in piccole imprese, soggetti alle pressioni (se non al ricatto) dei datori di lavoro che chiedono di mantenere il Tfr presso l’azienda. Per evitare le pressioni e i ricatti, bisogna che la scelta su cosa fare del Tfr sia coordinata fra i lavoratori. Di qui il ruolo insostituibile del sindacato, che però sulla questione ci sembra molto distratto.

2) Coefficienti di trasformazione? Quali vantaggi o svantaggi per i giovani da un’eventuale riforma? Quali vantaggi o svantaggi, inoltre, dalla rimozione dello scalone?

Partiamo dai coefficienti di trasformazione. Quando si va in pensione, i coefficienti convertono il montante di contributi accumulati durante la vita lavorativa in quiescenza annuale. Il coefficiente tiene conto di due aspetti: è graduato sulla base degli anni di anticipo rispetto ai 65 anni (cresce al crescere dell’età di pensionamento) ed è calibrato sulla speranza di vita, perché una vita attesa più lunga implica che le prestazioni devono essere versate per un numero maggiore di anni. I coefficienti attualmente variano da un minimo del 4,720 per cento (a 57 anni di età) a un massimo di 6,136 (a 65 anni di età). Ciò significa che chi, a 65 anni di età, avesse accumulato un montante per 100mila euro, si vedrebbe riconosciuta una pensione di 6.136 euro all’anno.

Senza revisione dei coefficienti, il sistema contributivo non sarebbe sostenibile e non avrebbe più ragion d’essere. La variazione dei coefficienti di trasformazione è parte integrante della riforma Dini e costituisce uno dei capisaldi della equità intergenerazionale. Quando la longevità aumenta, le pensioni devono essere adeguate a questo cambiamento, altrimenti la generazione che va in pensione otterrà più risorse di quelle preventivate, facendo pagare “il regalo” alle generazioni presenti e future attraverso un aumento dell’imposizione fiscale. Non modificare i coefficienti di trasformazione equivale ad aumentare la generosità delle pensioni per quelle generazioni che andranno in pensione prima della prossima riforma. Infatti senza aggiustamento dei coefficienti il sistema sarà presto insostenibile e bisognerà intervenire di nuovo, aumentando ulteriormente i contributi sociali per i lavoratori oppure l’età di pensionamento o riducendo il reddito pensionistico per le future generazioni. Quindi, il mancato aggiustamento oggi dei coefficienti, aumenta anche il “rischio politico” di vedersi cambiate ulteriormente le regole previdenziali a proprio svantaggio in futuro (più contributi mentre si lavora, meno trasferimenti da pensionati e maggior età di pensionamento) e aumenta l’incertezza nel pianificare il proprio futuro previdenziale.

Per ridurre il rischio politico di nuove riforme, bisognerebbe rendere gli aggiustamenti dei coefficienti automatici in base agli aggiornamenti delle tavole di mortalità compilate dall’Istat, come già avviene in Svezia. La revisione automatica eviterebbe di intervenire sempre in ritardo (e con processi decisionali che finiscono inevitabilmente per non garantire i lavoratori più giovani) nell’adeguare il sistema previdenziale alla dinamica demografica.

[omissis], senza l’aggiornamento dei coefficienti, la spesa pensionistica aumenterebbe di circa due punti di Pil. Da notare che il quadro previsionale offerto dalla Ragioneria potrebbe radicalmente cambiare ove insorgessero resistenze alla caduta tendenziale delle coperture al pensionamento così come di quelle successive. Se i coefficienti non fossero aggiornati e fossero introdotte, anche con cadenza irregolare, forme di perequazione delle pensioni superiori all’inflazione, il profilo della annunciata ?gobba’ sarebbe diverso, fino a portare la spesa ben oltre il 20 per cento del Pil (anziché al 16 per cento). Per contro, la revisione indurrà i lavoratori a elevare spontaneamente l’età media di pensionamento. E, dal punto di vista macroeconomico, ciò conterrà la crescita dei pensionati liberando le risorse necessarie a preservare al meglio le pensioni e a garantire un reddito minimo a tutti, giovani e anziani, come misura di contrasto alla povertà.
Riguardo allo scalone, abbiamo espresso più volte le nostre perplessità su questa misura perché riteniamo che siano preferibili interventi che mantengano flessibilità e libertà di scelta su quando andare in pensione. Dal punto di vista dei giovani, tuttavia, l’abolizione dello scalone senza alcuna misura che contenga la spesa pensionistica (tipo riduzioni attuariali delle pensioni per chi va in pensione prima dei 65 anni), significherebbe dover sobbarcarsi quasi 9 miliardi in più di tasse per pagare le pensioni di chi si sta ritirando dalla vita attiva con quiescenze ben più alte di quelle cui i giovani avranno diritto domani. La rimozione dello scalone senza interventi sostitutivi sarebbe dunque un nuovo schiaffo all’equità intergenerazionale.

3) Che cosa vuol dire per voi impostare la riforma delle pensioni nell’ottica della solidarietà tra le generazioni?

Vuol dire anticipare l’entrata in vigore delle nuove regole previdenziali, come avvenuto in Svezia, dove il sistema contributivo è stato adottato subito per tutti, tranne per chi aveva più di 62 anni, anziché essere circoscritto ai più giovani. La comparazione fra Italia e Svezia, [omissis], è un chiaro esempio di come i giovani siano da noi sotto-rappresentati nel processo politico. Bene che oggi facciano sentire di più la loro voce.

Tito Boeri, Agar Brugiavini

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