Fondi chiusi, i dubbi svelati

Intervista a Silvio Caliò, esperto di previdenza complementare presso la Uiltucs, consulente presso Fondo Fonte



Sulla riforma della previdenza complementare regna ancora molta confusione nella mente della maggior parte dei lavoratori, costretti a scegliere se e dove investire il proprio Tfr. I fondi chiusi o negoziali rappresentano una possibilità per 11 milioni di lavoratori dipendenti privati: abbiamo chiesto a un esperto del settore di spiegarci come funzionano. Cosa sono i fondi negoziali?

I fondi negoziali o fondi chiusi, sono una forma pensionistica complementare istituita sulla base di contratti o accordi collettivi tra i lavoratori e i datori di lavoro. Sono destinati esclusivamente ai lavoratori dipendenti oppure agli autonomi appartenenti ad uno specifico settore o categoria professionale.

Cosa succede quando viene raggiunta l’età di pensionamento?

A seconda del tempo di permanenza nel fondo, al lavoratore si aprono tre possibilità:

  1. Iscrizione per un periodo inferiore ai 5 anni. Il lavoratore è obbligato al riscatto, ma non matura il diritto all’assegno vitalizio.
  2. Iscrizione per un periodo tra i 5 e i 15 anni. Scatta il diritto all’assegno vitalizio, proporzionato al tfr accantonato. 
    L’iscritto al fondo può decidere se riscattare una quota dell’accantonato (che non può superare il 50%) o avere diritto a un assegno vitalizio. Nel caso in cui, riscattato il 50% della quota accantonata, con la restante metà non raggiunge almeno la metà dell’ammontare corrispondente all’assegno sociale (pari a ? 430 ca.), può riscattare l’intero accantonato.
  3. Iscritti da oltre 15 anni. Sono obbligati a lasciare almeno il 50% dell’accantonato nella previdenza complementare e possono godere dell’assegno vitalizio sul residuo.
Quali sono i vantaggi che offrono i fondi negoziali?

Innanzitutto i costi a carico del lavoratore sono molto bassi. Se i costi di un fondo aperto difficilmente scendono sotto al 2%, per un fondo chiuso non superano lo 0.20% delle quote versate (parte delle quali, è bene ricordare, sono a carico dell’azienda).
Inoltre con i versamenti in un fondo chiuso il lavoratore abbassa mensilmente il proprio imponibile perché la detrazione fiscale agisce nel mese stesso in cui verso il tfr, mentre con i fondi aperti ciò avviene normalmente in fase di dichiarazione dei redditi, quindi dopo svariati mesi.
Infine i fondi negoziali garantiscono la massima trasparenza: ogni anno viene inviato all’iscritto un estratto contabile con la situazione aggiornata e sul sito di Fonte (il fondo pensione del terziario), ad esempio, gli iscritti possono consultare mensilmente la propria situazione.

Quali sono i contributi dell’azienda e quanto invece è a carico del lavoratore?

Facciamo un esempio concreto: consideriamo un lavoratore che abbia un imponibile utile per il calcolo del Tfr di 20000 euro (corrispondente all’incirca al suo stipendio lordo annuo). Ipotizziamo che su tale cifra il lavoratore versi lo 0,55% (quota corrispondente nella maggioranza dei casi al contributo minimo obbligatorio, a carico del dipendente), pari 110 euro e l’azienda l’1,55% (la percentuale a carico dell’azienda varia a seconda della categoria di fondi di appartenenza ma oscilla tra lo0,55% e l’1,55%), pari a 325 euro. Ai queste cifre va aggiunto il Tfr, pari in questo caso a 1382 euro all’anno, per un ammontare complessivo del contributo annuo di 1817 euro.

Che protezione offrono i fondi chiusi nei confronti di un eventuale crac finanziario?

I fondi chiusi per legge in Italia NON possono fallire: nella fase di istituzione dei fondi, viene posta a garanzia la Banca d’Italia.
Contrariamente ai fondi aperti, inoltre, i rappresentanti dell’assemblea generale, costituita bilateralmente per norma contrattuale (con rappresentanti delle aziende e del sindacato) sono iscritti loro stessi al fondo, pertanto lavorano anche nei propri interessi. Inoltre nei fondi aperti banche e società devono guadagnare, nei fondi chiusi non esiste lo scopo di lucro.

Ma i fondi chiusi non gestiscono direttamente il Tfr dei lavoratori? Si affidano a dei gestori, ovvero a banche e compagnie di assicurazioni, che pertanto cercheranno i propri proftti?

Certamente, ma negli accordi che stringiamo con i gestori cerchiamo sempre di favorire i nostri iscritti… e noi abbiamo un forte potere contrattuale, dato l’ingente capitale che diamo in gestione. Ai nostri gestori, ad esempio, conferiamo mandati a scadenza triennale e il contratto viene rinnovato solo se la banca o la compagnia di assicurazioni in questione “si è comportata bene”, cioè se procura le rendite concordate. A un gestore viene affidato il 25% del montante e prima di fare il suo ingresso nel fondo deve dare solide garanzie (di disponibilità di capitale, essenzialmente).

L’eccessiva prudenza che impongono i sindacati nella gestione dei risparmi, non rischia di abbassare troppo i rendimenti del fondo?

Occorre fare un ragionamento di prospettive. L’esigenza primaria è di avere un supporto alla pensione pubblica. Non devo farmi coinvolgere in un meccanismo di investimenti esagerati ed esasperati. Non si tratta di prudenza eccessiva, si tratta di non voler far confluire i risparmi del lavoratore, che spesso non conosce il mercato, in qualcosa ad alto rischio. Non sarebbe eticamente corretto. L’obiettivo è un rendimento costante, senza picchi.
Chi ha guadagni più alti corre anche il rischio di tracolli. Meglio stare cauti, soprattutto nell’ambito di un mercato, quello azionario, guidato dai poteri forti dell’economia e della politica nazionale e mondiale. Vorrei ricordare, ad esemopio, che nelle quote Cirio, Parmalat e nei bond argentini nessun fondo negoziale ci aveva investito un euro, perché si sapeva il rischio che connesso a tali investimenti.

I fondi chiusi sono criticati perché tendenzialmente non offrono linee di investimento diversificate. Quanti comparti avete?

Noi [fondo Fonte, ndr] abbiamo per il momento abbiamo un fondo garantito (principalmente per coloro che compiono una scelta tacita), che deve garantire quanto previsto dalla legge (ovvero l’1,50% + lo 0.75% dell’inflazione) e un fondo bilanciato con una componente di obbligazioni e titoli di stato pari al 60% ,  una quota azionaria del 20%e un altro 20% di quote azionarie “etiche”.
Alcuni fondi chiusi hanno già tre linee di investimento, sono i più “vecchi” poiché quando nasce un fondo chiuso, la normativa prevede che per i primi 3 anni possa solo offrire il monocomparto.

Quali sono i costi che deve sostenere un iscritto e quanto incidono sui rendimenti?

I costi per il lavoratore corrispondono allo 0,20% sulla cifra versata. Poi c’è la tassazione obbligatoria per legge su tutti i rendimenti, con aliquota del 12.50%.
I fondi negoziali sono i più trasparenti in assoluto: se sono iscritto alla previdenza chiusa so quello che mi costa, viceversa, con i fondi aperti mi accorgo delle spese al momento in cui vado a riscuotere, quando ottengo il mio rendimento al netto dei costi moltiplicati per il numero degli anni.
Ovvero, se un fondo aperto ha un costo medio, ad esempio, dell’1.50% per anno, significa che se vi rimango per 20 anni , se ho versato 1000, su quei 1000 che ho versato arrivo a pagare il 30%.

In un recente sondaggio pubblicato sul nostro sito, il 54% dei partecipanti ha dichiarato l’intenzione di tenersi la liquidazione, lasciandola in azienda. Come mai questa tendenza “conservatrice”?

Il messaggio che sta arrivando ai lavoratori è “mi stanno fregando il Tfr“: ma non è così. 
Una volta una persona entrava in azienda a 16 anni e ne usciva a 55, aveva una fase di accumulo consistente. Oggi per la stragrande maggioranza dei lavoratori, l’età media di soggiorno nella stessa azienda non arriva ai 10 anni, pertanto la quantità di “accumulato” è molto più bassa. Oltre al fatto che, con la riforma Dini, il passaggio dal sistema retributivo a quello contributivo ha comportato un notevole abbassamento delle pensioni che percepiranno i lavoratori attuali.
Chi ha la fortuna di rimanere per parecchi anni dentro la previdenza complementare e in uscita decide di riscattare il 50% del suo accumulato si accorgerebbe che a parità di condizioni riscatta quasi tutto il Tfr, oltre a beneficiare di un assegno vitalizio. Vediamolo con un esempio, considerando 30 anni di vita in azienda, con un lavoratore A, che non si iscrive alla previdenza complementare e un lavoratore B, che invece si iscrive.

   Lavoratore A  Lavoratore B
 
 Tfr maturato in 30 anni di anzianità (?1500/anno)  45.000  45.000
 Contributo dell’azienda  /  + 10.000
 Contributo del lavoratore  /  + 10.000
 Capitale da riscuotere  45.000  65.000 : 2 = 32.500*
 Aliquota applicata sul capitale riscosso  – 10.300 (23%)  – 3.500 (10.50%)**
 Incasso al netto delle tasse  34.700  28.500
 Assegno vitalizio  NO  SI’, su un ammontare di ? 32.500
note:
* il lavoratore può riscuotere solo il 50% del capitale maturato
** la tassazione fino al 15° anno è pari al 15%; dal 15° anno in poi si abbassa dello 0,30% per ogni anno di permanenza nel fondo

Se un lavoratore non è soddisfatto delle prestazioni del proprio fondo negoziale, può uscirne e rivolgersi ad una diversa forma pensionistica complementare, come ad esempio quella dei fondi aperti?

Sì. Dopo almeno 2 anni di soggiorno. La trasmigrazione da un fondo all’altro non ha costi. 

Se una persona cessa il rapporto con il proprio datore di lavoro, cosa succede al tfr investito nel fondo della categoria del precedente impiego?

Il lavoratore ha tre possibilità:

  1. trasmigra nel nuovo fondo (se cambia tipo di contratto), senza perdere l’anzianità acquisita;
  2. “congela” i propri versamenti, se non sa ad esempio quando riprenderà il lavoro, continuando a maturare gli interessi su quanto versato;
  3. riscatta tutto l’accumulato, con aliquota al 23%, perdendo cioè i benefici fiscali.

Era proprio necessario intervenire sul tfr dei lavoratori in modo così radicale e repentino?

Sì, mantenere lo status quo avrebbe comportato una pensione da indigente per troppe persone. L’errore della nuova normativa è che lascia ancora il lavoratore libero di aderire oppure no. Purtroppo il Tfr maturato non si può toccare, altrimenti questo poteva essere un ulteriore punto a favore della riforma. Non va dimenticato inoltre che la riforma determina un vantaggio anche per le aziende, che non devono più pagare il fondo di garanzia (pari allo 0,50%) per tutti i lavoratori che non si iscrivono alla previdenza complementare.
Dopo il passaggio al sistema contributivo, era assolutamente necessario intervenire. Anzi, bisognava farlo prima, senza far passare 12 anni.

(laura ferrari)

© Italiaonline S.p.A. 2021Direzione e coordinamento di Libero Acquisition S.á r.l.P. IVA 03970540963

Fondi chiusi, i dubbi svelati