Uomini e donne, più parità sul lavoro

La direttiva comunitaria che garantitsce più uguaglianza tra i sessi adesso è legge anche in Italia



È senz’altro una  tappa importante nel cammino delle donne per conquistare più parità sul lavoro.
La legge 13/2007 recentemente pubblicata in Gazzetta Ufficiale, recepisce infatti la direttiva europea 2006/54, in vigore dal 15 agosto 2006, riguardante l’attuazione del principio delle pari opportunità e della parità di trattamento fra uomini e donne in materia di occupazione e impiego.

Ciò consente finalmente di allineare la nostra legislazione ai parametri europei proprio nel 2007, indicato dalla Commissione europea come l’anno delle pari opportunità, a dimostrazione dell’impegno per l’uguaglianza e la non discriminazione nell’Ue.

La direttiva europea disciplina e punisce le discriminazioni dirette ed indirette subite per ragioni di sesso, le molestie, sessuali e morali. Riconosce la possibilità di ricorso al giudice per tali violazioni e ammette l’intervento in giudizio delle associazioni per la tutela della parità di trattamento.

Viene inoltre regolamentato meglio l’accesso al lavoro, alla promozione e alla formazione professionale, ponendo attenzione alla retribuzione, un ambito in cui le donne risultano ancora svantaggiate: secondo un rapporto Federmanager, infatti, se da una parte cresce il numero di donne impegnate nei livelli alti delle aziende, soprattutto nelle aree Amministrazione e Risorse Umane, gli stipendi tuttavia sono inferiori, mediamente del 15%, rispetto a quelli dei colleghi maschi.

Viene inoltre tutelato il diritto della lavoratrice a non subire alcun peggioramento delle condizioni di lavoro dopo il congedo di maternità.  L’articolo 16 recita infatti: «Gli Stati membri che riconoscono siffatti diritti adottano le misure necessarie … per garantire che alla fine di tale periodo di congedo essi abbiano diritto di riprendere il proprio lavoro o un posto equivalente secondo termini e condizioni che non siano per essi meno favorevoli, e di beneficiare di eventuali miglioramenti delle condizioni di lavoro che sarebbero loro spettati durante la loro assenza.»

Spetterà al datore di lavoro l’onere della prova (di dimostrare, cioè, che non sono stati assunti atteggiamenti discriminatori) e le eventuali sanzioni «…che possono prevedere un risarcimento dei danni, dovranno essere effettive, proporzionate e dissuasive».

(L.F.)

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