Copy of Epifania, tutte le liquidazioni si porta via

Fischio d'inizio per la previdenza integrativa. Da inizio anno ogni lavoratore dovrà decidere come investire il Tfr che, in ogni caso, finirà all'Inps

 

A partire da gennaio ogni lavoratore avrà tempo sei mesi per decidere cosa fare della propria liquidazione. Nel caso di silenzio, il trattamento di fine rapporto (Tfr) finisce comunque in un fondo integrativo.

In anticipo di un anno, parte, anche per il nostro paese, l’epoca della previdenza complementare, un passaggio obbligato per far fronte alle future difficoltà dei sistemi pensionistici pubblici.

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Tre soluzioni

La legge prevede che, in ogni caso, sia presa una decisione, anche nel caso di silenzio dell’interessato. Infatti sono previste tre ipotesi:


1) il lavoratore esplicitamente prevede di investire la liquidazione in un fondo pensione (fondo negoziale chiuso, aperto o, per esempio, un piano pensionistico offerto da una compagnia di assicurazione o da una banca);
2) il lavoratore non esprime una decisione. Il Tfr finisce ugualmente in un fondo, probabilmente in quello a cui hanno aderito la maggioranza dei dipendenti, altrimenti, in mancanza, in uno speciale fondo Inps;
3) il lavoratore decide di tenersi la liquidazione.

Con tutta probabilità ogni dipendete riceverà una comunicazione dal datore di lavoro, attraverso la quale esprimere la propria volontà.
Sarà un specifico decreto, che sarà emanato entro la fine di gennaio, a fissare regole più precise per l’attuazione delle norme di legge.

Lavoratori più anziani

Regole diverse sono previste per gli assunti prima del 28 aprile 1993. Questi lavoratori potranno, alternativamente destinare alla previdenza integrativa: l’intero Tfr maturando, la quota stabilita in base ad accordi aziendali; una quota, comunque, non inferiore al 50%.

La liquidazione all’Inps

Per quanto riguarda il Tfr inoptato, cioè quello che si è deciso di non investire nell’integrativa, sono state introdotte regole diverse in funzione del numero dei dipendenti assunti.
Nelle aziende con più di 49 lavoratori, le liquidazioni finiranno in uno speciale fondo Inps destinato a finanziare la realizzazione di opere pubbliche. Il lavoratore mantiene, in ogni caso, tutte le garanzie e i diritti, anche quelli di rivalutazione.
Se l’azienda ha meno di 50 dipendenti, il trattamento di fine rapporto rimane nelle casse aziendali.

Un passaggio obbligato

L’avvio della previdenza integrativa, con il sacrificio della liquidazione, diventa una scelta oramai inevitabile. Soprattutto per i lavoratori più giovani. Saranno, infatti, questi a dovere subire gli effetti del passaggio a pieno regime del metodo contributivo che porta con se un tasso di rimpiazzo (il rapporto tra prima prestazione pensionistica e ultimo salario) molto più basso dell’attuale.
In altre parole chi andrà in pensione nei prossimi anni di dovrà accontentare di una pensione pari al 40/50% dell’ultimo stipendio, una somma molto bassa per assicurarsi una vecchiaia dignitosa.

C’è da sperare che i fondi pensione “sfondino” tra i lavoratori, anche se parecchi sondaggi, tra cui quello pubblicato su Alice, segnalano una netta maggioranza – circa il 56% –  di chi preferisce non investire il Tfr. Un dato che deve fare riflettere. Il paese non può permettersi un futuro con anziani indigenti, le ricadute sociali ed economiche sarebbero devastanti. Dice bene Tito Boeri (“Un accordo senza giovani”, in La voce.info) nell’affermare che la discriminante da utilizzare per decidere le sorti della liquidazione non dovrebbe essere la dimensione dell’azienda quanto l’anzianità del lavoratore. Nel senso che i lavoratori più anziani possono anche tenersi il Tfr, mentre quelli più giovani – colpiti dal contributivo – andrebbero incentivati al trasferimento nei fondi pensione.

Fabio Cavallotti

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