Intervista Gene Gnocchi

Quando hai scoperto il tuo talento da comico?

Quando ho capito che facevo ridere
. La prima volta mi è capitato quando giocavo a Guastalla, negli spogliatoi sotto la doccia. Ero uno un po’ eccessivo. Portavo le cose al paradosso. Mio padre aveva un allevamento di tacchini americani. Una volta ne presi 3 e prima di una partita ufficiale di campionato li mollai a scorrazzare nel campo. Una cosa vietatissima, da artista-situazionista. Come quando chiusi per 2 ore tutta la squadra negli spogliatoi e andai a chiamare i pompieri di Desenzano. Volevo saltare gli allenamenti. La cosa divenne famosa. Se passi da quelle parti ancora se la ricordano. Non resisto quando mi viene un’idea che può creare una situazione anomala, divertente.

Da avvocato di provincia ad artista comico ideatore di storie di successo. A tutti potrebbe capitare?

La professione forense ha diversi punti di contatto con il mondo dei comici. A cominciare da una buona capacità oratoria. Diversi avvocati, anche delle mie parti, seguono corsi di retorica e si divertono nel tempo libero a partecipare a cabaret amatoriali e commedie teatrali. La vita di tribunale e le tematiche di diritto affrontate nel lavoro dell’avvocato civilista, come il recupero crediti o il diritto di famiglia, sono un ottimo terreno su cui poter prendere ispirazione per sviluppare storie agrodolci, raccontare avventure grottesche, interpretare nuovi personaggi e fare satira. Come diceva Flaiano, la realtà a volte supera la fantasia. Inoltre fare l’avvocato mi è servito per riuscire ad avere una forma mentis distaccata, utile al comico per raccontare e interpretare le sue storie.

Cambiare carriera è sempre possibile?

Deve esserlo. Devono poterci essere degli spazi per la curiosità. Se della propria vita non si fa un percorso di carriera, rigido e tradizionale, ma una continua sperimentazione di cose che piacciono e si vogliono provare, allora c’è sempre spazio.

Come capire i propri talenti e avere il coraggio di cambiare mestiere?

Non è facile, soprattutto in una realtà di provincia, come quella dove sono nato e cresciuto. Chi tenta strade professionali non tradizionali, può essere visto con sospetto e facile ironia, specialmente per mestieri come quello del comico. Ci vuole una buona dosa di incoscienza per spiccare il salto nel buio. Quando possibile, meglio sperimentare le idee che si hanno dentro attraverso un periodo transitorio in cui si prova ma senza abbandonare il mestiere di partenza. Nel mio caso è durato un anno ed è coinciso con la morte di mio padre. In quell’occasione lui mi ha trasmesso il coraggio di scegliere di dedicarmi a ciò che mi piaceva di più, una sorta di direzione e testamento spirituale.  

Perché nonostante possibilità sempre maggiori, tante persone sono infelici?

Perché vedono la propria opera come un semplice lavoro e non come esplicitazione di un’inclinazione. Il nucleo centrale è che ci sia amore per quello che stai facendo. Per me fare il comico è una visione del mondo. L’idea di creare qualcosa di buffo da mettere in una sospensione della realtà è una mia necessità fisica e mentale. Dopo viene il fatto che diventi una condizione professionale. Sono felice perché sviluppo quello che la vita mi insegna a fare e questo mi fa sentire realizzato.

Se i tuoi figli ti chiedessero aiuto su cosa fare da grandi cosa risponderesti loro?

L’insegnamento di mio padre fu che ai figli non bisogna dare consigli ma volergli solo bene. Se tuo figlio vive felice, lui sa cosa lo fa star bene. Se non segui la tua inclinazione poi avrai il rimorso per tutto la vita. Soprattutto se ci si ferma a riflettere sul fatto che si vive una volta sola. 

Tratto dal libro di Max Mizzau Perczel “Carriere. Come scoprire la promessa di successo che c’è in noi“, Luiss University Press.

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