Riuscire si può. Ecco come ce l’ha fatta Luciana Littizzetto

Tutti possediamo dei talenti, delle passioni, ma solo alcuni riescono a scovarli e a farne un lavoro di soddisfazione. Ecco come c'è riuscita la bionda attrice torinese



“È importante iniziare a sperimentare da giovani, al liceo” consiglia Luciana Littizzetto. “Più si va avanti con l’età, più si rimane coinvolti nelle responsabilità. Verso la famiglia, verso il fatto di dover portare i soldi a casa. Se non trovi la strada giusta, puoi svegliarti a quarant’anni e sentirti un fallito, un frustrato cronico, un depresso isterico”.

Un breve estratto tratto dal libro di Max Mizzau Perczel “Carriere. Come scoprire la promessa di successo che c’è in noi“, Luiss University Press.

Il diploma nasce da un’esigenza di accontentare i miei genitori. Vengo da una famiglia normale e tradizionale, dove si lavora sodo senza grilli per la testa e si va a messa la domenica. Mio padre è stato operaio Fiat, mia madre faceva la sarta e poi un bel giorno quando ero ancora bambina hanno deciso di aprire una latteria. Hanno sempre faticato e risparmiato nella speranza di veder la loro unica figlia studiare e poi sistemata con un lavoro sicuro. Dopo la maturità gli dissi che volevo fare l’attrice e questo causò un terremoto. Mi dissero che se volevo dedicarmi all’arte l’unica strada che potevo scegliere era il conservatorio. Così mi sono beccata il Conservatorio di Torino, unica possibilità per poter far qualcosa in qualche maniera legata allo spettacolo. Si può dire che durante le elementari e le frequenti malattie hai scoperto il tuo interesse e capacità di raccontare e interpretare storie?

Si. Dopo le elementari i miei mi hanno mandato al collegio delle suore. La scuola vicino casa era malfamata e ci girava molta droga. In questo nuovo ambiente religioso, che percepivo quasi come una prigione, le mie storie fantastiche si sono potenziate per la voglia di evadere e di sperimentare. Era una questione di sopravvivenza mentale. Alcune suore illuminate mi lasciavano cantare, suonare la chitarra elettrica, organizzare spettacoli. Tornando a quel periodo, penso sia stato quantomeno curioso vedere negli anni settanta una bambina che suonava canzoni di chiesa con la chitarra elettrica.

E riguardo al tuo talento comico?

Non c’entrano molto. Paradossalmente però il loro impegno a farmi studiare, come obiettivo centrale della loro vita, il loro sacrificio nei miei confronti, mi sono serviti come stimolo. Sono cresciuta in una famiglia seria, dove tutti andavano a messa. Uno zio vicesindaco democristiano e nessun colpo di testa. In fondo in fondo tutto questo mi è servito per trovare la mia vocazione artistica, per fare qualcosa di diverso, per sperimentare strade nuove, in modo positivo e costruttivo. 

Nella tua carriera che peso hanno avuto caso, destino,  fortuna?

Pensa. Il caso te lo prepari tu. Chi ha talento prima o poi emerge. Questione di tempi, di momenti giusti. Ci sono periodi della tua carriera importanti in cui hai lavorato bene, ti senti in forma e a quel punto non puoi fare di più. Ecco, in quel momento ci vuole una scintilla che ti illumini, che concretizzi tutti i tuoi sforzi. Di solito si tratta di una persona che ti nota e ti da una possibilità speciale. Non puoi fare tutto da sola. Non si possono forzare gli eventi. Devi metterti nel cuore l’idea che ci vuole anche l’aiuto esterno.

 

Come si fa a capire se un talento basta per cambiare mestiere, per mettere tutto in discussione?

Non lo so. Bisogna conoscersi bene. L’analisi è un tocca sano. Se hai i soldi vale sempre la pena. E’ una fesseria quella che lo psichiatra ti cambia il cervello e poi si diventa scemi. L’analisi ti aiuta a conoscerti meglio. A rendersi conto che la vita è una sola. Noi giovani davanti a un bivio, a una scelta importante, abbiamo l’abitudine di dire “va bene adesso ci penso, adesso vediamo”. Poi arrivi a quarant’anni e ti svegli infelice. Vedo tante persone infelici e insoddisfatte, che non hanno il coraggio di sperimentare, che non sanno quello che vogliono. 

Da cosa dipende questa indecisione, questi dubbi?

Tante persone vanno avanti per inerzia. Fanno il liceo classico e poi magari si iscrivono ad architettura solo perché pensano che sia la scelta più coerente. Preferisco chi si butta e sperimenta cento cose, a costo di sentirsi confuso e con ancora più dubbi. Ho un cugino che studia medicina. Si sentiva oppresso e ingolfato dagli esami. L’ho invitato a venire sul set del mio ultimo film, a fare il lavoro più duro. Aiuto attrezzista, dove ti fai un culo vero. In due mesi è rinato ma non perché avesse deciso di cambiare studi ma perché aveva avuto una boccata d’aria fresca concreta, aveva sperimentato il coraggio di trasgredire. Dove sta scritto che l’unica trasgressione possibile sia farsi la segretaria. La trasgressione può essere dire: questo che sto facendo non mi piace e voglio andare da un’altra parte, non so bene dove ma voglio provare cose nuove. E’ importante iniziare a sperimentare da giovani, al liceo. Più si va avanti con l’età più ci si incatena alle responsabilità. Verso la famiglia, verso il fatto di dover portare i soldi a casa. Poi ti svegli a trentacinque, quarant’anni e ti senti un fallito, un frustrato cronico, un depresso isterico.

Come se ne esce?

Forse cercando di fare serenamente il proprio lavoro principale, quello che non da soddisfazioni, e in parallelo iniziare e provare cose che danno stimoli, che vanno nella direzione dei propri sogni e aspirazioni.

Tratto dal libro di Max Mizzau Perczel “Carriere. Come scoprire la promessa di successo che c’è in noi“, Luiss University Press.

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Riuscire si può. Ecco come ce l’ha fatta Luciana Littizzetto