Insulta il capo, non può reagire

Naturalmente non è l’unico caso. Sempre più spesso i supremi giudici sono chiamati a pronunciarsi su ingiurie, offese e provocazioni che vanno dalle più classiche, come scemo (si rischia il “risarcimento per danni morali”), alle espressioni dialettali, come faccia di cavallo (epiteto grave se rappresenta “un’enfatizzazione caricaturale delle caratteristiche del volto”).

E quando le provocazioni arrivano sul luogo di lavoro?

Dare del “buono a nulla” a un collega o a un proprio dipendente si può. Lamentarsi che i propri sottoposti “non capiscono un caz..” porta dritti dritti alla condanna: “pur se di uso comune in ambienti di scarsa educazione sociale e quindi espressione di maleducazione diffusa”, questa espressione “ha indubbiamente una capacità offensiva del prestigio e della dignità”.

Altre espressioni come “recchione” (ingiuria anche se pronunciata in dialetto) e “fottiti” (un preside nel bel mezzo di un consiglio di classe ha zittito un’insegnante con queste tre sillabe) sono considerate offensive e quindi condannate perché simili espressioni, se tollerabili in ambienti familiari o amicali, assumono chiaro significato dispregiativo ove adoperate in ambito lavorativo ufficiale”.

Attenzione, quindi, datori di lavoro e lavoratori! Se è vero che il datore di lavoro non può insultare un dipendente e poi pretendere che questi non gli risponda per le rime; il lavoratore, che senza grave provocazione insulta il capo, può essere addirittura licenziato.
In caso di dubbi, è sempre meglio astenersi: per la Cassazione anche dare del “maleducato” è un’ingiuria.

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Insulta il capo, non può reagire