Elogio postumo dei cococo

I co.co.co hanno sopperito ai bisogni di flessibilità in entrata e in uscita del mercato del lavoro. Per le imprese, hanno rappresentato una valvola per ampliare la capacità produttiva quando il mercato lo richiedeva e per avviare sperimentazioni, ciò che ha concesso a molte di loro di crescere senza il rischio di costi eccessivi. Hanno anche permesso di provare la manodopera per un periodo più lungo e in condizioni di maggiore libertà, ciò che si è tradotto in un miglioramento delle capacità di selezione delle risorse umane e, quindi, in un miglioramento della capacità produttiva delle imprese.

Ma anche per i lavoratori c’è stato un vantaggio non trascurabile. Per molti giovani si è aperta la possibilità di sperimentare un lavoro e di formarsi una esperienza che prima era molto difficile da realizzare.
Per molti di loro è caduta, o per lo meno si è abbassata, la barriera al primo ingresso nel mercato del lavoro: l’accesso senza qualificazione lavorativa era difficile, a meno di una spinta (la famosa “raccomandazione“), necessaria per essere assunti a tempo indeterminato. A non pochi giovani l’esperienza come co.co.co ha consentito di capire meglio le proprie attitudini e le proprie preferenze, oltre a permettere di apprendere come affrontare un lavoro, favorendo così una migliore collocazione.

La maggiore libertà ha giovato a tutti. L’occupazione è cresciuta, compresa quella a tempo indeterminato, e il tasso di attività, che fino al 1997 ristagnava sotto al 59 per cento, è poi progressivamente cresciuto fino al 63 per cento, anche grazie ai co.co.co. È così che, per la prima volta dopo molti anni, si è alfine realizzata quella crescita del “contenuto di lavoro per unità di Pil” che rappresentava un obiettivo di tutte le politiche del lavoro degli anni Ottanta e Novanta. Basti ricordare che, a fronte di uno sviluppo senza occupazione, si riteneva necessario far crescere il sistema economico di almeno il 2 per cento l’anno per avere un qualche marginale effetto sull’occupazione. Erano anni in cui, paradossalmente, ci si lamentava dell’eccessivo aumento di produttività e lo si attribuiva alle resistenze delle imprese ad assumere, impaurite dalle rigidità connesse con la difficoltà a licenziare in caso di improvvisi cali della domanda.

Certo, non sono mancate anche le situazioni di disagio per molti lavoratori e gli abusi da parte delle imprese. Ma questi ultimi hanno riguardato più la pubblica amministrazione che il settore privato. Nella Pa i successivi blocchi alle assunzioni, adottati per frenare il disavanzo pubblico, e i conseguenti raggiri usati dalle amministrazioni, hanno generato una schiera di lavoratori precari, assunti a tempo determinato, che venivano poi di volta in volta faticosamente riassorbiti con le tecniche tutte italiane dei condoni e delle sanatorie.
Ma questa situazione non è da ascrivere alla formula dei co.co.co, bensì alla maniera di arginare la spesa pubblica, centrata sui “tagli” più che sulle “riforme”, con il risultato, alla fine, di aver fatto crescere comunque la spesa pubblica e di aver degradato il pubblico impiego. Si spera, ora che le tesi del ministro dell’Economia Tommaso Padoa-Schioppa prevalgano e si faccia veramente una riforma del pubblico impiego, invece dei blocchi delle assunzioni.

Nel settore privato, il ricorso eccessivo a questa forma di prestazione del lavoro ha riguardato soprattutto le nuove imprese, che proprio su queste formule lavorative sono nate (i call center in particolare), e che le hanno prescelte essenzialmente per la possibilità di pagare meno contributi. Sembra, però, che una soluzione possibile sia nell’innalzamento dei contributi.

Ma gli abusi non inficiano la buona prova della formula sul mercato del lavoro italiano: avrebbero potuto essere repressi senza far scomparire i co.co.co, che invece finiranno per essere in larga parte sostituiti dai co.co.pro, ossia dalle collaborazioni coordinate a progetto, come previsto dalla Legge Biagi, che di fatto li ha relegati a casi molto specifici. Con la differenza, ovviamente, che quelle a progetto sono formule di lavoro meno flessibili e più a rischio di contestazione, proprio perché legate a specifiche mansioni e obiettivi.

Resta da fare, infine, una considerazione: perché una legge come la Biagi, che di fatto ha ridotto la flessibilità imponendo vincoli ai co.co.co in cambio dell’introduzione di figure lavorative improbabili, come staff-leasing o job-sharing, è stata fortemente avversata dai sindacati e sostenuta dalle imprese? Questo risultato è, presumibilmente, il frutto di una stagione politica avvelenata, dove una onesta legge di regolazione del mercato del lavoro è stata usata come clava per battaglie di principio. Quasi facendo astrazione dai contenuti, i proponenti della legge hanno sostenuto che con essa si liberalizzava definitivamente il mercato del lavoro. L’opposizione ci ha creduto e l’ha combattuta come fosse la peste nera. Purtroppo, non sembra che il tempo abbia calmato gli spiriti e si continuerà ad assistere allo spettacolo di una destra, che si pretende liberale, che difende una legge che riduce certi margini di flessibilità e di una sinistra di simpatie sindacali che invece ne vorrebbero l’abolizione. Così va il mondo.

Innocenzo Cipolletta

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