Giovani, generazione mille euro

Stipendi magri e contratti a progetto. Meno posti fissi, più mobilità e flessibilità. Ritratto di un mercato del lavoro che guarda al futuro con pessimismo


Il 35% dei lavoratori non arriva alla soglia dei tre zeri al mese. Un miraggio per quasi la metà delle lavoratrici dipendenti e parasubordinate.
Una triste realtà per oltre un terzo dei lavoratori italiani.
I lavoratori italiani, soprattutto quelli che vivono e lavorano nelle regioni del Nord, rinunciano sempre più alla carriera unica a favore della mobilità, e quindi della flessibilità.
E’ il panorama che emerge dall’indagine dell’Ires- Cgil sul mondo del lavoro. Secondo la ricerca il 68,6% degli intervistati guadagna al massimo 1.300 euro netti mensili; il 35% meno di 1.000 (il 49% tra le donne).
E se la busta paga “standard” è di 1.109 euro, un lavoratore del Mezzogiorno guadagna 960 euro al mese, una donna solo 910, un immigrato 881, un lavoratore di una piccola impresa 879, un atipico 809.
Si finisce con lo stipendio di un giovane tra i 15 e i 24 anni di età, che si deve accontentare in media di soli 788 euro, il -28,9% in meno rispetto alla pur bassa media generale.
E i “ricchi“? Nel campione dello studio Ires, il 14,8% degli intervistati riceve una retribuzione tra 1.300 e 1.500 euro; soltanto il 16,6% supera i 1.500 euro al mese.

La conseguenza, è che più della metà degli italiani riesce a stento a garantire condizioni materiali di base per se stessi e per le persone a proprio carico. 
Il reddito unico non basta più: per questo tanti ricorrono al lavoro extra e il lavoro della donna, anche se pagata meno rispetto all’uomo, è fondamentale per far quadrare il bilancio familiare. La ricerca smentisce la fama che vede gli italiani come un popolo di fannulloni: il 60% dei lavoratori dipendenti lavora di fatto oltre le 40 ore contrattuali, ben il 22% anche oltre le 45 ore settimanali.

Ma quello che emerge e che colpisce soprattutto i giovani è il dispendio del capitale umano. Per il 44 per cento dei lavoratori la formazione scolastica non è importante per il lavoro svolto. Questo accade soprattutto nel settore privato, dove il 35% degli occupati dichiara di non utilizzare le proprie conoscenze nel lavoro. Inoltre, l’80% dei lavoratori sente la necessità di accrescere il proprio curriculum formativo.

Quanto alle tipologie dei contratti, dall’indagine arriva la conferma che donne e giovani sono quelli che pagano sempre pegno. Il 29,1 per cento delle lavoratrici ha un contratto di lavoro atipico (rispetto al 23,3% degli uomini e al 25,1% della media generale). Così come sono atipici il 66,9% degli “under 24” e il 37,4 per cento di coloro che hanno tra 25 e 34 anni. Sono soprattutto gli specialisti a elevata professionalità a rimanere ingabbiati in forme contrattuali di lavoro non standard (il 60,1%).

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Giovani, generazione mille euro