Avviare un’impresa? In Italia è un’impresa – Il Belpaese risale diverse posizioni nella classifica mondiale ma non è ancora “business friendly”. Colpa delle tasse e della giustizia

Il Belpaese risale diverse posizioni nella classifica mondiale ma non è ancora "business friendly". Colpa delle tasse e della giustizia


Fare gli imprenditori in Italia è un po’ più facile di un anno fa. Ma resta sempre più difficile che in Namibia, alle isole Tonga o in Mongolia. Non è l’ultima boutade di Grillo ma un serissimo verdetto della Banca Mondiale nell’edizione 2008 del rapporto “Doing Business“, un’analisi comparata a livello globale della facilità di avviare e condurre un’attività commerciale. Sulla graduatoria dei 178 paesi considerati, l’Italia recupera ben trenta posizioni passando dall’82° al 53° posto.

Ma il quadro è decisamente meno consolante se il nostro paese è esaminato all’interno della sua area di riferimento, i cosiddetti paesi Ocse, quelli ad alto reddito. Tra le 22 economie industrializzate l’Italia cade al penultimo posto, seguita solo dalla Grecia (v. grafico).

Fonte: Doing Business 2008

Per costruire l’indice generale e capire quali sono i paesi più business-friendly vengono presi in considerazione i seguenti 10 parametri. Che su scala mondiale danno i seguenti risultati:

Parametri

Posizione dell’Italia

Migliore prestazione

Peggiore prestazione

Facilità di avviare un’impresa

65

Australia

Guinea Bissau
Rilascio di licenze e autorizzazioni

78

St. Vincent Grenadines

Eritrea

Flessibilità della normativa del lavoro

56

Singapore

Bolivia

Registrazione delle proprietà

49

Nuova Zelanda

Maldive

Accesso al credito

68

Regno Unito

Cambogia

Protezione degli investitori

51

Nuova Zelanda

Afghanistan

Incidenza delle tasse

122

Maldive

Bielorussia

Facilità di import/export

62

Singapore

Kazakistan

Gestione delle controversie legali

155

Hong Kong

Timor Est

Chiusura dell’attività e normativa sul fallimento

25

Giappone

St. Vincent Grenadines

CLASSIFICA GENERALE

53

Singapore

Congo

Avvio penalizzante

Tanto per cominciare in Italia non è facilissimo avviare un’attività, per la burocrazia – occorrono 9 pratiche (peggio di noi solo Spagna e Grecia, rispettivamente con 10 e 15) e 13 giorni necessari (ma in Spagna ce ne vogliono 47) – e soprattutto per i costi – in media il 18,7% del reddito pro capite (cioè circa 6.000 euro) contro il costo zero della Danimarca, lo 0,7% dell’Inghilterra e l’1,1% della Francia.

Lavoro, migliora la flessibilità non il costo

Una piccola sorpresa per quanto riguarda la flessibilità del lavoro: siamo a metà della graduatoria tra i paesi Ocse per qunto riguarda la facilità di assumere e licenziare: un indice 38 contro lo 0 degli Usa (il paradiso dei teorici della flessibilità), il 10 della Danimarca, ma anche il 56 della Francia il 62 del Lussemburgo. Ritorniamo in fondo alla classifica, invece, se consideriamo i costi “non salariali” cioè quella parte di retribuzione che non finisce nelle tasche del lavoratore ma va in tasse e contributi previdenziali (il famoso “cuneo fiscale“): è il 36,8% del salario contro l’8,3% degli Usa e l’11 della Gran Bretagna, ma soprattutto l’1,5% della Danimarca, una delle patrie del proverbiale welfare scandinavo. Peggio di noi su questo parametro la Francia con il 46,6% di incidenza.

Maglia nera su tasse e giustiza

Ma anche nella vita delle imprese spuntano i due nodi tipici della realtà italiana, il fisco e la giustizia. Tra i paesi Ocse siamo quelli con la pressione fiscale sulle imprese più alta: il 76,2% del reddito se ne va in tasse. In Irlanda è il 28,9%, in Svizzera il 29,1%, negli Usa il 46,2%, in Germania il 50,8% e per il mitico welfare svedese viene chiesto alle imprese solo il 54,4%. E non solo paghiamo di più ma ci mettiamo più tempo di tutti: 360 ore all’anno. In Lussemburgo, primo della classifica, ne bastano 58.

Altra spina del fianco del nostro paese sono i tempi e i costi per far rispettare i propri diritti, cioè per ricorrere al giudice. Tra i paesi industrializzati siamo ultimi su tutto: ci servono in media:

  • 41 passaggi burocratici (atti, udienze ecc.) contro i 20 dell’Irlanda (al primo posto);
  • 1.210 giorni, quasi tre anni e mezzo, per portare a termine l’iter. Al primo della classifica, Singapore, ne bastano 120; ma soprattutto la Grecia, penultima, ci stacca di quasi 400 giorni (lì ne servono 819);
  • il 29,9% del valore della lite, come dire che un terzo di quello che viene richiesto se ne va per la causa legale. In Islanda, capolista, il costo è del 6,1%. Peggio di noi in questo solo la Svezia con il 31,3%.

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