Cassazione: vietato spiare i siti visitati dai propri dipendenti

Il datore di lavoro non può monitorare la navigazione in Internet del dipendente. In altre parole, Internet è una faccenda privata


Il 35% degli italiani si collega a Internet in orario d’ufficio per scopi personali. Sono dipendenti che durante la giornata lavorativa hanno momenti di evasione, perché si sentono annoiati, stanchi, un po’ depressi, stufi della prepotenza del capo, o anche solo desiderosi di un qualche momento di sano, piacevole relax. E quale via migliore della Rete? Dalla finanza ai blog, dalle chat allo shopping online, le opportunità sono infinite. 
Ma cosa succede quando la società nega espressamente al proprio dipendente la possibilità di navigare in Rete per scopi personali, e il dipendente non si attiene alle regole imposte?
Capita, ad esempio, che in America un dipendente venga licenziato perchè scoperto giocare a solitario in orario d’ufficio.
Mentre in Italia si esprime il Garante della Privacy, in seguito a un caso giudiziario: è vietato spiare la navigazione Internet dei dipendenti, in quanto questa potrebbe rivelare contenuti e dati sensibili. (eg)
Il caso è nato dopo che un addetto all’accettazione di una clinica era stato licenziato per aver navigato in Internet dal computer aziendale, pur non essendo autorizzato.
Il datore di lavoro aveva allegato alla contestazione disciplinare un rapporto con i file temporanei e i cookies del dipendente, dal quale risultava la navigazione in siti web a contenuto religioso, politico e pornografico.
Dopo aver protestato, il dipendente si è rivolto al Garante: le informazioni ottenute dall’azienda erano strettamente private e personali e non potevano essere trattate dal datore di lavoro senza il consenso del lavoratore.
Dal canto suo l’azienda contestava l’illecito accesso a Internet dai computer aziendali, l’appropriazione indebita di carta per stampare i risultati della navigazione e il danneggiamento della rete aziendale per i virus informatici che si erano introdotti nel sistema. Con il suo provvedimento, il Garante ha sentenziato che per contestare l’uso indebito dei beni aziendali, sarebbe stato sufficiente verificare gli accessi a Internet e i tempi di connessione senza indagare sui contenuti dei siti. Insomma, altri tipi di controlli sarebbero stati proporzionati rispetto alla verifica del comportamento del dipendente.

“Non è ammesso spiare l’uso dei computer e la navigazione in rete da parte dei lavoratori”, commenta Mauro Paissan, componente del Garante e relatore del provvedimento. “Sono in gioco la libertà e la segretezza delle comunicazioni e le garanzie previste dallo Statuto dei lavoratori. Occorre inoltre tener presente che il semplice rilevamento dei siti visitati può rivelare dati delicatissimi della persona: convinzioni religiose, opinioni politiche, appartenenza a partiti, sindacati o associazioni, stato di salute, indicazioni sulla vita sessuale”.

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Cassazione: vietato spiare i siti visitati dai propri dipendenti