Il mobbing diventa reato – Arriva in Senato un disegno di legge che inserisce il mobbing tra i reati: pene fino a 4 anni, sarà il datore di lavoro a dover dimostrare la propria innocenza

Arriva in Senato un disegno di legge che inserisce il mobbing tra i reati: pene fino a 4 anni, sarà il datore di lavoro a dover dimostrare la propria innocenza



Arriva in Senato un disegno di legge che inserisce il mobbing tra i reati. La novità è che toccherà al datore di lavoro dimostrare la propria innocenza. Previste pene fino a 4 anni, obblighi di risarcimento per l’azienda e annullamento degli atti che hanno colpito il dipendente.

Costretti a cambiare lavoro, ghettizzati, umiliati, mortificati. In Italia sono 750mila i lavoratori che denunciano di essere stati vittime di soprusi. Almeno stando alle cifre ufficiali. Il doppio, un milione e mezzo, sarebbero invece i numeri reali, che comprendono tutti quelli che preferiscono sopportare piuttosto che rivolgersi a un giudice. Finché reggono.

Nel 57% dei casi a esercitare questa sorta di “abuso di potere” sono i superiori, nel 30% gli stessi colleghi.
C’è chi sa resistere agli assalti (to mob significa attaccare, accalcarsi attorno a qualcuno), e chi invece ne fa una vera e propria malattia, i cui sintomi sono depressione, ansia, crisi di panico. E talvolta è necessario l’intervento di uno psicologo.

Perché si parli di mobbing, occorre che le pressioni siano continuative nel tempo e durino da almeno sei mesi. Le grandi aziende spesso ricorrono a questo sistema per sfoltire il personale, specie dopo le fusioni societarie. Anziché licenziarli li “convincono” ad andarsene. In questo caso si parla di mobbing strategico, distinto da quello di perversione, perpetrato solo per il gusto di veder soffrire.

L’identikit della vittima-tipo è un alto dirigente maschio di 50 anni, con lauto stipendio. A soccombere pare siano i soggetti più motivati, gente solida la cui dignità si sgretola sotto i colpi delle angherie.
Gli scansafatiche, invece, non si ammalano mai.

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