Prima “politico”, poi consulente

Un mestiere vecchio quanto la politica, fatto di passione e fiuto, dove contano le idee più che l'immagine. E' l'opinione di Riccardo Rudelli, consulente politico.


Niente guru della comunicazione o pubblicitari d’assalto. Al politico di professione, durante la campagna elettorale serve innanzitutto una persona che sappia parlare la sua lingua e abbia una buona familiarità con le logiche politiche. Il resto, la tecnica, viene dopo. Se lo dice uno che i politici li conosce da vicino, c’è da crederci.
Riccardo Rudelli, 39 anni, consulente politico. Una laurea in Scienze politiche e un master in Comunicazione politica presso l’Istituto superiore di comunicazione di Milano. Ha lavorato per i maggiori istituti di ricerca politica sia del Polo (Diakron) che dell’Ulivo (SWG) e attualmente si occupa – nella società di comunicazione politica Nelson che ha fondato – di consulenza, progettazione di analisi quantitative e qualitative, formazione on-line. E’ autore di libri come Tecniche di campagne elettorali e Eletto in 100 mosse.
Abbiamo parlato con lui della professione di consulente politico, dei suoi risvolti recenti e talvolta controversi. Con delle risposte spesso inaspettate.

Il consulente politico, una cosiddetta professione “emergente”.
Ma è davvero così?

Sinceramente credo che di “emergente” ci sia solo il gran parlare che se ne fa. Questo è un lavoro vecchio quanto la politica: anche Pericle, venticinque secoli fa, aveva i suoi consulenti. E’ che attualmente si confonde l’uso di strumenti nuovi, e per certi versi più “invasivi”, di comunicazione politica con l’attività che c’è dietro e che, nelle sue linee generali, è sempre la stessa.

E in che cosa consiste?

Potrà sembrarle riduttivo, ma il politico vuole da noi innanzitutto un supporto psicologico e organizzativo. Le campagne elettorali sono, da sempre, dei veri tour de force: una volta si girava l’Italia per i comizi ora si va ai talk-show, ma la fatica è sempre molta. E i problemi anche. Il consulente politico è pagato per risolverli: da quelli strategici di immagine a quelli più spiccioli, del tipo: mancano gli attacchini. In sostanza, deve accompagnare il politico nel suo percorso condividendone lo stress, la fatica, l’ansia. E naturalmente i successi.

Insomma, una specie di balia?

Senza banalizzare… In realtà il consulente segue il suo cliente in un percorso che è ben più ampio della sola campagna elettorale. E dico più ampio sia in termini temporali che “concettuali”, soprattutto concettuali. Il nostro lavoro, come tutti i lavori di consulenza, consiste nel fare un’analisi della situazione, nell’elaborare una strategia e nel trovare i mezzi per attuarla. Ma c’è una specificità che identifica questo tipo di consulenza, ed è la politica, che ha logiche e regole tutte sue. Provocatoriamente potrei dire che al politico non serve un guru della comunicazione o un pubblicitario di grido, gli servono le idee e la passione, che sono sempre gli ingredienti di base. E gli serve un collaboratore che parli la sua lingua, capisca la sua logica, e lo aiuti a individuare le idee e le passioni vincenti.

O a crearle, se mancano?…

Intendiamoci, la comunicazione è importante. Ma l’anima della politica è da sempre fatta di idee e di passione. Sarà un’ovvietà, ma è un’ovvietà che oggi va rivendicata anche da chi fa il mio lavoro, e che apparentemente potrebbe risultare avvantaggiato proprio dal contrario. Io penso che il pubblicitario d’assalto che confeziona lo spot o il manifesto efficace serva, ma venga dopo – e non possa sostituire – un lavoro sui contenuti. E per fare questo il consulente deve essere a sua volta un “politico”, cioè deve avere una storia di passione e partecipazione politica. E’ questa la differenza tra noi e i pubblicitari, per i quali il politico è solo un prodotto da vendere (legittimamente, dal loro punto di vista).

Ciò significa che le opinioni politiche personali sono conciliabili con questa professione? Non rischiano mai di intralciarla o quantomeno di toglierle la lucidità necessaria?

Ritengo che non sia possibile fare il consulente politico provando disinteresse per la politica. Ma questo non significa che essere schierati ideologicamente aiuti. L’interesse è una cosa, la militanza un’altra. E’ rischioso, ad esempio, fare la campagna elettorale per il partito di appartenenza, perché, appunto, l’analisi rischia di essere fuorviata dalla passione, si finisce per vedere ciò di cui si è convinti. Ma avere una visione “laica” di questo lavoro non significa nemmeno arrivare a seguire contemporaneamente due candidati di schieramenti opposti; non avrebbe senso perché non si potrebbe dare a uno un suggerimento che andrebbe penalizzare l’altro. Altro che conflitto di interessi!… Insomma, penso che si tratti di condividere il “rischio d’impresa” col candidato, senza farsi travolgere e avendo sempre in mente – molto pragmaticamente – l’obiettivo finale.

Passione e coerenza, una visione meno spregiudicata di quanto si è portati a pensare…

La spregiudicatezza, se supera un certo livello “fisiologico”, non paga. Contrariamente a quanto si dice, e nonostante le bandiere dell’antipolitica che molti amano sventolare, fra la gente c’è un grande bisogno di politica, intesa come il “guardare lontano”, trovare le soluzioni globali. E’ proprio in periodi di crisi e insicurezza generalizzata come questo che la politica riacquista il suo primato sull’economia o anche sulla semplice amministrazione. Il nostro lavoro sta proprio nel fare incontrare questa domanda con l'”offerta” del candidato. Ma come in ogni mercato, se uno vende paccottiglia, alla lunga il cliente se ne accorge. L’errore, ripeto, sta nel pensare che i nuovi mezzi di comunicazione possano sostituire i contenuti; nel nostro lavoro, in particolare, sta nel trasformarsi in “tecnici” della comunicazione. Il consulente deve conoscere la tecnica, cioè gli strumenti, ma non è un tecnico; è un politico, per l’appunto.

A proposito di strumenti, i sondaggi hanno cambiato il modo di fare politica?

Probabilmente sì, ma non da oggi. De Gaulle diceva in proposito che il sondaggio ha cambiato – in peggio – “lo sguardo obliquo del politico”, la sua capacità di vedere oltre il momento contingente. Certo, soprattutto oggi che i sondaggi imperano, c’è una generale propensione ad un atteggiamento “opportunistico” da perte del politico, la cui tattica è dettata dai risultati del sondaggio. Ma si tratta di tattica, appunto, non di strategia. È un procedere miope che alla lunga non paga. Come tutti gli strumenti, i sondaggi sono utili, basta non lasciarsi incantare. E non dire, come si usa nel nostro ambiente: tortura i dati, prima o poi qualcosa ti diranno.

C’è un consiglio generale che si può dare a un politico in campagna elettorale?

Gli consiglierei di leggersi il libro Colori primari di Joe Klein (anche se in realtà è pubblicato come anonimo – in italia è edito da Garzanti, n.d.r.). E’ un romanzo appassionante su un’ipotetica campagna elettorale negli Stati Uniti, ma soprattutto è un vero e proprio manuale di strategia e comunicazione politica. E’ esemplare, ad esempio, la pagina che descrive il modo di stringere la mano del candidato. Tutto questo per dire che il politico deve esporsi, non può sottrarsi al confronto in tutte le sue forme, e deve correrne tutti i rischi.

Tornando agli aspetti concreti della sua professione, quanto guadagna un consulente politico?

Dipende molto dal contesto e soprattutto dal politico che si sta seguendo: una cosa è seguire un capolista di un collegio importante alle politiche, altro è lavorare con un candidato sindaco di un comune di provincia. Anche se, paradossalmente, i tetti di spesa (ufficiali) ci sono per il primo e non per il secondo. Diciamo che per organizzare una campagna su base cittadina si parte dai 20-30 milioni, parlando in lire.

Per concludere: che suggerimento darebbe a chi vuole iniziare adesso questa professione?

Gli direi di cercare sempre di avere più passione politica del suo cliente.

(Angelo De Marinis)

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