Perché offrire lavoro ai rifugiati potrebbe essere un vantaggio per tutti

Agevolare l’ingresso nel mondo del lavoro di rifugiati e richiedenti asilo: i benefici per l’Europa in termini economici e demografici.

From refugees to workers” è una ricerca – condotta da Iván Martín, membro dell’Interdisciplinary Research Group on Immigration dell’Università Pompeu Fabra di Barcellona – che analizza le politiche messe in atto da Italia, Germania, Francia, Olanda, Austria, Danimarca, Spagna, Svezia e Regno Unito. Politiche mirate a inserire nel mondo del lavoro i richiedenti asilo giunti in Europa dal 2014 ad oggi. Il risultato? Fare dei rifugiati dei lavoratori, e dei cittadini, conviene a tutti. Perché offrire loro un lavoro è il modo migliore per promuoverne l’integrazione, anche dal punto di vista sociale e culturale.

Ma non è, questo, il primo studio che affronta questo tema. Tra il 2016 e il 2017 molti istituti di ricerca hanno analizzato il ruolo dei profughi nel mondo del lavoro, e tutti hanno convenuto su come favorire l’inclusione lavorativa dei richiedenti asilo apporti benefici all’economia dei Paesi in cui hanno trovato rifugio. A fornire il dato più significativo è la società di consulenze McKinsey: una buona gestione dei 2.3 milioni di richiedenti asilo e rifugiati giunti nel Vecchio Continente tra il 2015 e il 2016 permetterebbe di contribuire al PIL per un totale di 60 o 70 miliardi di euro entro il 2025. Il che, fa capire che risorsa possa essere il loro lavoro per le nostre economie. Al contrario, ospitare molte persone senza fornire loro un’occupazione ha dei costi molto elevati sulla società. Ecco perché velocizzare la procedura di asilo e favorire il loro ingresso nel mondo del lavoro e nei percorsi di formazione è importante. Per farlo, però, servono le risorse economiche e leggi ad hoc. Per la verità, a partire dal 2015 molti Paesi europei si sono “attrezzati” in questo senso, intervenendo con cambiamenti normativi e con azioni mirate proprio per facilitare l’ingresso dei rifugiati nel mondo del lavoro. A cominciare dall’Austria (che ha stanziato 70 milioni di euro) e dalla Svezia, impegnata in questo senso fin dal 2010.

Ovviamente, non sarà semplice: ad oggi, solamente un rifugiato su tre trova lavoro in Europa in meno di cinque anni. E il pieno inserimento lavorativo è ostacolato dal passato di queste persone, dai traumi subiti durante il viaggio, dalle difficoltà di apprendimento della lingua. Integrarli, però, è necessario. E fa bene all’economia della nazione che li ospita. Non solo in termini economici, ma anche demografici: il 59% di loro ha tra i 35 e i 59 anni, il 19% è nella fascia 25 – 34. E hanno quindi davanti un’intera vita lavorativa.

Perché offrire lavoro ai rifugiati potrebbe essere un vantaggio per&n...