Partite IVA, è allarme: il 25% vive sotto la soglia di povertà

Una ricerca di Federconsumatori evidenzia lo stato di crisi in cui versano le partite IVA del nostro Paese

I numeri dei professionisti e delle aziende “a conduzione familiare” nel nostro Paese sono sempre più preoccupanti e nessuno sembra voler far nulla per porvi rimedio. Per questo Federcontribuenti prova a far suonare il campanello d’allarme, snoccilando dati e numeri su una categoria da sempre all’interno dell’occhio del ciclone ma che, invece

Negli ultimi tre anni, il numero di partite IVA attive nel nostro Paese si è ridotto di oltre il 40%, passando da più di 8, milioni a poco più di 5 milioni nell’arco di appena un triennio. Allo stesso tempo, il reddito medio è calato di 7 mila euro nel corso dell’ultimo decennio, facendo precipitare un gran numero di professionisti e artigiani al di sotto della soglia di povertà determinata dall’Istat. “Con un fatturato di 45 mila euro, pagando tutte le imposte – si legge nella nota di Federcontribuenti – resta un guadagno netto di 17 mila euro“. Ossia, circa 1.300 euro al mese, ben al di sotto di quanto calcolato dall’Istituto di statistica per una famiglia di 4 persone che vive in una città di medie dimensioni nel Nord Italia.

Questi, però, sono solo due dei tanti dati negativi che emergono dal report di Federcontribuenti sulle partite IVA italiane. Professionisti e artigiani, si legge nella nota che accompagna la ricerca, non hanno diritto a ferie pagate né ad ammalarsi, mentre solo il 25% riesce a mantenere la partita IVA aperta fino all’età pensionabile. Ciò vuol dire che la stragrande maggiornaza rischia di perdere i contributi INPS versati e accumulati, e di riscuotere solamente la pensione sociale una volta raggiunta l’etè prevista dalla legge.

A questo devono poi aggiungersi i continui controlli che una partita IVA subisce ogni anno. Secondo la stima effettuata da Federcontribuenti, ogni anno si contano fino a 100 controlli effettuati da 15 enti differenti e, nel 25% dei casi, queste verifiche si concludono con un verbale. Da non dimenticare, poi, tutti gli adempimenti burocratici come “gli F24; la dichiarazione del modello unico, l’Irpef, l’Irap, spesometro e vecchi studi di settore e per alcuni la cassa edile e poi la camera di commercio e ancora pregare ogni volta scade il DURC”. Insomma, una lunga sequela che sottrae tempo e risorse economiche a quella che dovrebbe essere l’attività principale e che, conclude Federcontribuenti, finisce con il sottoporre i lavoratori autonomi a terrorismo psicologico.

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