Partita Iva, la legge distingue vere e “false”

E' per eccellenza il regime dei liberi professionisti ma molte aziende lo applicano abusivamente ai loro collaboratori. La riforma Fornero ha posto dei paletti precisi

Il regime della partita Iva è quello comunemente utilizzato da liberi professionisti e lavoratori autonomi che svolgono le proprie prestazioni in maniera indipendente nei confronti di più clienti. Tuttavia le aziende utilizzano spesso questo regime fiscale per “mascherare” quello che di fatto è un rapporto di lavoro subordinato con orari, direttive e gerarchie da rispettare. Chiedono (o meglio impongono) al collaboratore l’apertura della partita Iva e l’emissione di una fattura per la sua prestazione assicurandosi così due grossi vantaggi:

non versano i contributi previdenziali (se non per una partecipazione minima e facoltativa del 4% dell’aliquota Inps);
possono interrompere la collaborazione (di fatto, licenziare) in qualsiasi momento e senza alcun vincolo.

Il filtro per distinguere le “finte” partite Iva

Per evitare questi abusi la riforma Fornero ha posto dei limiti piuttosto rigidi all’utilizzo di questo regime contrattuale. In sostanza la partita Iva si considera “falsa”, e il rapporto si trasforma in una collaborazione a progetto, se:

• il compenso annuo è inferiore ai 18.000 euro lordi,

e ricorrono almeno due delle seguenti condizioni:

• la durata della collaborazione supera gli 8 mesi all’anno per 2 anni consecutivi,
• il compenso pagato (anche da soggetti diversi “riconducibili al medesimo centro di imputazione di interessi”, dice la legge) supera l’80% dei compensi annui totali del collaboratore anche in questo caso per 2 anni consecutivi,
• il lavoratore ha una postazione fissa presso la sede del committente.

Inoltre spetta al committente l’onere della prova, ovvero è il datore di lavoro che deve dimostrare l’effettiva indipendenza del collaboratore.

Esclusi i professionisti

La legge però esclude da questa verifica (e quindi dalla presunzione di lavoro subordinato) i soggetti che sono iscritti ad albi professionali o registri di categoria  e i lavoratori altamente specializzati la cui prestazione – come recita la legge – “sia connotata da competenze teoriche di grado elevato acquisite attraverso significativi percorsi formativi, ovvero da capacità tecnico-pratiche acquisite attraverso rilevanti esperienze”. Una definizione, quest’ultima, piuttosto vaga che rischia di allargare troppo le maglie della rete lasciando ancora alle aziende la possibilità di abusare di questo regime.

Partita Iva, la legge distingue vere e “false”