Mobbing sempre più diffuso – Lunghe liste d’attesa alle cliniche del lavoro

Lunghe liste d'attesa alle cliniche del lavoro


Mobbing, parola usata e abusata. Tecnicamente deriva dall’inglese “to mob“, aggredire. E’ una parola creata dal prof. Heinz Leymann di Stoccolma, per indicare una particolare forma di violenza psicologica messa in atto sul posto di lavoro nei confronti di una vittima designata. Adesso, per farselo diagnosticare, ci sono addiritture liste d’attesa interminabili. Per avere un appuntamento alla clinica del lavoro di Milano Luigi Devoto – la prima nata in Italia (1910) – bisogna ormai aspettare almeno sei mesi

I casi si moltiplicano, la gente lavora sempre peggio, sta male.
Un fenomeno confermato anche dalle statistiche: ogni giorno dalla Devoto passano tre lavoratori mobbizzati o presunti tali. Calcolando i giorni di chiusura della clinica, si arriva a 700 all’anno, con tanto di ricoveri in day hospital e test psichiatrici. Una cifra doppia rispetto al 1999.

Anche le altre cliniche sono prese d’assalto.
Ma non di solo mobbing si tratta: «Il 30% delle segnalazioni riguarda vessazioni e abusi ? spiega Emanuela Fattorini, ricercatrice del Laboratorio di psicologia del lavoro dell’Ispesl (l’Istituto superiore per la prevenzione e la sicurezza sul lavoro) ?. Nell’altro 70% di casi si tratta di gravi forme di malessere causate da stress lavorativo: ritmi insostenibili per carenza di personale, precariato, competitività eccessiva. In 30 anni di attività non ho mai visto i dipendenti così in difficoltà».
Insomma, è lo stesso modo di lavorare che si è affermato negli ultimi anni che nuoce gravemente alla salute.

L’ultimo dossier della clinica del lavoro di Milano (settembre 2007) si basa su statistiche elaborate nel corso di dieci anni e rivela alcuni dati interessanti.
I più colpiti dai soprusi in ufficio sono gli impiegati (57,3%), seguiti dai quadri aziendali (21,3%), dai dirigenti (10%), dagli insegnanti (4,6), dagli operai (5,3) e dai liberi professionisti (1,3%).

Le donne sono più mobbizzate degli uomini (anche con vere e proprie molestie) e si è più a rischio nei primi quattro anni di lavoro (è il caso del nuovo impiegato che non viene accettato) oppure a metà carriera (con un’anzianità di 13/16 anni, quando si comincia a costare di più all’azienda, ndr).

In un caso su due il mobbizzatore è il capo – spesso spalleggiato dai tipici colleghi arrivisti – e le cause sono molteplici: dalle ristrutturazioni aziendali (32,7%) ai conflitti interpersonali (9,7%), passando per il desiderio di affermazione di un nuovo superiore (19,9%) o la nascita di un figlio fatta pesare come “colpa” (8,8%).

Dalla situazione di mobbing non è neppure facile uscire. Da un’indagine dell’Asl di Pescara emerge infatti che solo il 28% delle diagnosi elaborate dalle cliniche del lavoro viene utilizzata in sede legale. Troppo lunghi i tempi legali, costosi e rischiosi per il lavoratore, che si sente lasciato solo di fronte all’azienda.

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