Licenziamento, il nuovo art. 18 non si applica alle cause in corso. Le regole prima e dopo la riforma

La riforma Fornero non è retroattiva e se la causa di licenziamento è iniziata prima della sua entrata in vigore si applica il vecchio art. 18 e il reintegro nel posto di lavoro

Sembrava irrimediabilmente defunto ma, a quasi un anno dai suoi funerali celebrati dalla riforma del lavoro Monti-Fornero, l’articolo 18 continua a essere un terreno di scontro. L’ultima battaglia è quella conclusa dalla Corte di cassazione con una recentissima sentenza che dichiara inapplicabili le nuove regole (e quindi "ripristina" la versione precedente dell’art.18) se la causa di licenziamento è iniziata prima del 19 luglio 2012, data di entrata in vigore della riforma.

L’abuso del telefono aziendale
non giustifica il licenziamento

Il caso riguarda un dipendente Telecom licenziato nel 1999 per l’uso improprio del cellulare aziendale (oltre 13mila sms personali per un totale di 1.700 euro). Il licenziamento viene confermato in primo grado ma ritenuto illegittimo dalla corte d’appello che dispone il reintegro del lavoratore nel posto di lavoro.

Intanto passano gli anni e arriva la riforma Fornero (legge 92/2012) che, modificando l’art. 18 dello Statuto dei lavoratori, abolisce il reintegro "automatico" e lo sostituisce, in alcuni casi, con un semplice risarcimento economico. Forte di questa norma l’azienda ricorre in Cassazione. Ma la suprema corte la gela dichiarando non applicabile la riforma alle cause di licenziamento avviati prima della sua entrata in vigore.

Secondo la Cassazione, infatti, la riforma introduce "una nuova, complessa ed articolata disciplina dei licenziamenti" e non semplicemente una diversa sanzione di quelli illegittimi. Questo implicherebbe la rivalutazione di tutta la vicenda processuale alla luce della nuova normativa, cosa che però sarebbe in contrasto con la "ragionevole durata del processo" prevista perfino dalla Costituzione (art. 111). Per tale motivo la Corte ha stabilito che il giudizio deve avvenire sulla base della normativa in vigore al momento dell’avvio del procedimento.

Come cambia la disciplina dei licenziamenti

Ma cosa cambia davvero per i diversi tipi di licenziamenti individuali (nelle aziende con più di 15 dipendenti) prima e dopo la riforma Fornero? Vediamo in dettaglio le regole per i tre tipi di licenziamenti (disciplinari, economici e discriminatori).
 

     PRIMA DELLA RIFORMA

   DOPO LA RIFORMA

Licenziamenti
disciplinari

  Il licenziamento doveva avvenire:
per giusta causa, cioè condotte di particolare gravità che pregiudicano definitivamente il rapporto di fiducia tra azienda e lavoratore (es. il rifiuto di lavorare, l’insubordinazione, il furto in azienda ecc.) o
per giustificato motivo soggettivo, cioè condotte meno gravi ma che rendono difficile la prosecuzione del rapporto di lavoro (es. violazioni disciplinari).
Quando il giudice riteneva che questi requisiti non sussistessero dichiarava l’illegittimità del licenziamento e ordinava il reintegro del dipendente nel suo posto di lavoro.
 
  I requisiti del licenziamento disciplinare restano sostanzialmente gli stessi. Ma se tali requisiti mancano – e dunque il licenziamento è illegittimo – invece che reintegrare il dipendente, il datore di lavoro è obbligato a un risarcimento economico pari alla retribuzione da 15 a 24 mesi.
Se si accerta che il dipendente non ha commesso il fatto che ha dato origine al licenziamento, il giudice può disporre il reintegro e un’indennità pari alla retribuzione dovuta dal momento del licenziamento.

 

 

LE REGOLE PER I LICENZIAMENTI ECONOMICI E DISCRIMINATORI

     PRIMA DELLA RIFORMA

   DOPO LA RIFORMA

Licenziamenti
economici

 

Il licenziamento doveva avere un giustificato motivo oggettivo, cioè non dipendente dalla condotta del lavoratore ma da "ragioni inerenti all’attività produttiva" (es. chiusura dell’attività, automazione della produzione, outsourcing ecc.).
Anche in questo caso l’insussistenza del requisito valido faceva scattare il reintegro.

 

  Come per i licenziamenti disciplinari, se il giudice stabilisce l’inesistenza dei presupposti obbliga il datore di lavoro a un risarcimento da 15 a 24 mensilità.
Il reintegro è previsto solo in caso di manifesta insussistenza del fatto che ha determinato il licenziamento (in pratica quando viene camuffato con ragioni economiche un licenziamento di altra natura).
 
Licenziamenti
discriminatori

  E’ il licenziamento a causa dell‘attività sindacale la partecipazione a uno sciopero, oppure dovute a motivi politici, religiosi, razziali o di sesso.
L’art. 18 condannava il datore di lavoro (qualunque sia il numero di dipendenti) alla riassunzione del dipendente, al risarcimento di un minimo di 5 mensilità e al versamento dei contributi arretrati.
 
  La riforma non modifica la disciplina.
Il dipendente ha in più la facoltà di richiedere invece del reintegro un risarcimento a 15 mensilità.

 

(A.D.M.)

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