Licenziamento nonostante il divieto in vigore: spetta la Naspi?

I chiarimenti dell'Inps sul lavoratore licenziato durante il periodo di blocco licenziamenti causa Covid e il diritto alla Naspi

Il dl Rilancio ha sospeso le procedure di licenziamento collettivo avviate dopo il 23 febbraio 2020 fino al 17 agosto 2020 causa emergenza coronavirus. Nonostante le misure adottate dal governo, c’è però chi ha ugualmente deciso di recedere i contratti dei dipendenti. La Naspi spetterà ugualmente a questi ex lavoratori?

L’Inps ha chiarito che il dipendente licenziato tra il 17 marzo e il 17 agosto ha diritto alla Naspi, cioè al trattamento di sostegno al reddito riservato a chi ha perso involontariamente il posto di lavoro.

Licenziamento, non si perde il diritto alla Naspi

Innanzitutto, “è stato ricordato che il diritto alla Naspi non si perde per il fatto di essere stati licenziati nonostante il divieto in vigore fino a metà agosto (termine, peraltro, che una parte della maggioranza di Governo vorrebbe prorogare fino alla fine dell’anno).

Secondo l’ufficio legislativo del ministero del Lavoro, infatti, per il riconoscimento dell’indennità di disoccupazione “non rileva il carattere nullo del licenziamento per giustificato motivo oggettivo intimato dal datore di lavoro nel periodo soggetto a divieto, atteso che l’accertamento sulla legittimità o meno del licenziamento spetta al giudice di merito, così come l’individuazione della corretta tutela dovuta al prestatore”.

Se il lavoratore viene reintegrato la Naspi va restituita

C’è, comunque, la possibilità per l’Inps di recuperare quanto versato nel caso in cui il lavoratore venga reintegrato in azienda in seguito ad una causa di lavoro. Oppure nel caso in cui il datore decida di revocare il recesso dal contratto e di chiedere per il dipendente il trattamento di cassa integrazione dalla data in cui il licenziamento avrebbe avuto efficacia”.

Legittimità del licenziamento per motivi economici

Altra questione, è quella che riguarda la legittimità in sé del licenziamento per ragioni economiche nel periodo in cui è in vigore il divieto. Secondo alcuni pareri, “è da considerare inefficace fino al 17 agosto (a meno di un’ulteriore proroga del divieto che, come si diceva prima, è in corso di valutazione).
L’interpretazione più corretta, però, sarebbe quella di ritenere il licenziamento nullo per violazione di norme imperative. In questo caso, l’azienda sarà tenuta alla reintegrazione e al pagamento al lavoratore di un risarcimento pari alla retribuzione maturata dal recesso fino all’effettivo rientro sul posto di lavoro, con un minimo di cinque mensilità, oltre all’obbligo di pagare i contributi assistenziali e previdenziali. Il principio vale per tutti, indipendentemente dal fatto – conclude il sito di informazione legale – che l’assunzione sia avvenuta prima o dopo l’entrata in vigore del Jobs Act, cioè prima o dopo il 7 marzo 2015″.

In collaborazione con Adnkronos

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