Licenziamenti più facili tra le misure anticrisi promesse alla Ue. Ecco cosa potrebbe cambiare

Le aziende saranno libere di licenziare "per motivi economici". In cambio una maggiore tutela dei precari. Le ricette del governo per la ripresa

La strada della ripresa passa dalla flessibilità del lavoro e soprattutto dalla libertà di licenziare. Sembra questo l’orientamento del governo che emerge dalla lettera di risposta ai vertici europei con le soluzioni per uscire dalla crisi economica e finanziaria del nostro paese. E’ sicuramente il punto più spinoso del piano, assieme alla rivoluzione delle pensioni, che però si consumerà in un arco di tempo più lungo. La lettera parla genericamente di “una nuova regolazione dei licenziamenti per motivi economici nei contratti di lavoro a tempo indeterminato”. Ma la formula non specifica su quale normativa si andrà ad agire da qui a maggio 2012, termine indicato per l’attuazione di questo punto.

Ci sono dunque sette mesi per mettere mano alla disciplina del licenziamenti. Un’impresa non da poco che va a toccare almeno tre leggi fondamentali:

•  la n. 604 del 1966, che introduce le norme sui licenziamenti individuali,
•  la n. 300 del  1970, cioè lo Statuto dei lavoratori, e in particolare il suo art.18 che impone la reintegrazione nel posto di lavoro in caso di licenziamento illegittimo,
•  la n. 223 del 1992, che riguarda la cassa integrazione, la mobilità e licenziamenti collettivi.

Le prime crepe nella normativa attuale

In realtà il governo ha già cominciato a picconare la normativa sui licenziamenti con l’art. 8 dell’ultima manovra che stabilisce che i contratti collettivi nazionali possono essere derogati dai cosiddetti “contratti di prossimità” cioè accordi sottoscritti a livello aziendale o territoriale. Ma la cosa più importante è che questi accordi possono operare “anche in deroga alle disposizioni di legge“.

Con la lettera all’Europa, dunque, il governo torna a battere su un tema delicato: la possibilità di licenziare anche senza giusta causa.

Il principale ostacolo è l’art. 18 dello Statuto dei lavoratori che afferma appunto che il licenziamento è valido se avviene per giusta causa o giustificato motivo. Se questi requisiti mancano, il giudice dichiara l’illegittimità del licenziamento e ordina la reintegrazione del dipendente nel suo posto di lavoro (nelle aziende con più di 15 dipendenti). In alternativa, il lavoratore può accettare un’indennità pari almeno a 15 mensilità dell’ultimo stipendio o un’indennità che aumenta con l’anzianità di servizio.

La promessa del governo è svincolare i licenziamenti dalla sussistenza di una giusta causa (condotte di particolare gravità quali, ad esempio, l’insubordinazione o la condotta che pregiudica il rapporto di fiducia) e dal giustificato motivo oggettivo, cioè quello che non dipende dalla condotta del lavoratore ma da “ragioni inerenti all’attività produttiva” (ad esempio la cessazione dell’attività, il fallimento o la riorganizzazione aziendale). Per licenziare dunque sarà sufficiente un adeguato “motivo economico“. Un concetto pericolosamente ampio: basterà una temporanea riduzione degli ordinativi o del fatturato?

Parallelamente il governo assicura un giro di vite sui cosiddetti contratti atipici cioè un controllo sull’uso legittimo delle forme di para-subordinazione da parte delle aziende. Una maggiore flessibilità in uscita in cambio di una maggiore tutela dei lavoratori precari. Funzionerà? (A.D.M.)

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