Legge 104: ecco come la Cassazione si pronuncia sul “trasferimento” del lavoratore

Gli Ermellini hanno accolto il ricorso di una lavoratrice convivente con un disabile. Impossibile trasferirla senza consenso

Un lavoratore che assiste un familiare con disabilità (così come normato dalla Legge 104 del 1992) non può essere trasferito dal proprio luogo di lavoro. Neanche se avviene all’interno della stessa unità produttiva.

Lo stabilisce la Corte di Cassazione che, a seguito del ricorso presentato da una lavoratrice, ribalta sia la sentenza di primo grado sia la sentenza di appello e riconosce il divieto di trasferimento “assoluto”. Nell’Ordinanza numero 21670 del 2019, gli Ermellini ribadiscono quanto già scritto nell’articolo 33 della Legge 104 del 1992 per quel che riguarda il trasferimento di sede lavorativa di un dipendente che assiste con continuità un familiare (fino al 3° grado) affetto da handicap.

Nel caso specifico, la Corte di Cassazione si è espressa sul caso di M.B., lavoratrice trasferita presso un’altra sede della sua azienda (afferente però alla stessa unità produttiva) nonostante accudisse un familiare con handicap. Sia il tribunale sia la Corte di Appello avevano rigettato il ricorso presentato dalla donna, perché il trasferimento “pur comportando una maggiore distanza tra sede di lavoro e luogo di dimora della persona disabile assistita, non era tale da incidere in maniera negativa sul concreto esercizio del diritto all’assistenza“.

Una tesi completamente ribaltata dalla Corte di Cassazione. Secondo i giudici del Palazzaccio, infatti, anche la distanza incide sulla possibilità di assistere un familiare con disabilità (e sulla qualità dell’assistenza), pregiudicando così il diritto riconosciuto alla lavoratrice dalla Legge 104. Come si legge nell’ordinanza della Cassazione, il “divieto di trasferimento opera ogni volta che muti definitivamente il luogo geografico di esecuzione della prestazione, anche nell’ambito della medesima unità produttiva che comprenda uffici dislocati in luoghi diversi”.

Secondo gli Ermellini, infatti, la “sede” del dettato legislativo non può corrispondere alla nozione di “unità produttiva di cui all’art. 2013 del Codice civile“, ma ci si riferisce esclusivamente al luogo fisico nel quale si svolge il proprio lavoro. Affinché il trasferimento fosse legittimo, dunque, la donna avrebbe dovuto esprimere il suo consenso, cosa che invece non è avvenuta.

Per questo motivo, la Cassazione ha cassato la sentenza della Corte di Appello, e rinvia alla stessa Corte (anche se con composizione differente) per determinare le spese processuali da sostenere e disporre così il reintegro nella vecchia sede lavorativa.

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