Le crisi si nutrono di diseguaglianza. Finché c’è alta disparità tra i redditi il sistema è a rischio

L'annientamento della middle class costituisce l'humus ideale per le crisi e il recente disastro finanziario potrebbe essere l'assaggio di un nuovo crack

FCHub - Financial Community Hub Le cause della grande crisi del nostro secolo sono state oggetto di molteplici analisi da parte della stampa e della letteratura economica. Ma l’opinione pubblica e la politica, così come la cultura economica dominante e l’establishment finanziario, non sembrano aver focalizzato le sue scaturigini. Vale a dire l’idea, avanzata da autorevoli economisti (J.E. Stiglitz, P. Krugman, E. Saez), secondo i quali la causa fondamentale delle crisi epocali risiede principalmente nell’eccessiva diseguaglianza nella distribuzione del reddito e della ricchezza.

In particolare, le grandi ondate di lungo periodo nel livello delle diseguaglianze sorte negli ultimi 100-150 anni, conclusesi con crisi economiche epocali, hanno accentuato drammaticamente l’influenza negativa sulla crescita mondiale da parte dell’andamento economico degli Stati Uniti.

Ai fini della genesi delle grandi crisi, le disparità di reddito endogene alle altre economie (che pur hanno grande valenza in materia di efficienza economica e nel disegno del loro sentiero di ripresa) esercitano un’influenza recessiva di intensità trascurabile. In effetti, il “contagio” proveniente d’oltre oceano nei periodi legati alle grandi crisi, ha una travolgente prevalenza.

Nell’agosto del 2007 la BNP Paribas decideva il congelamento di tre fondi quotati alla Borsa di New York, preannunciando la grande crisi del nostro secolo. Nel giro di pochi mesi sarebbe esplosa l’enorme bolla finanziaria accumulata nel tempo, che, in rapida sequenza, avrebbe ben presto esteso i suoi effetti all’economia reale ed allargato la sua influenza all’intera economia mondiale.

Il legame tra disparità nella distribuzione del reddito e crisi economiche secolari è stato oggetto di analisi da parte di non pochi studiosi di valore (Akerlof, Solow, Saez, Atkinson), tra cui spicca la lucida sistematicità delle ricerche storico-economiche effettuate dal Premio Nobel per l’economia Stiglitz. La sua lungimiranza, che fin dagli anni ’60, al tempo del suo dottorato, lo ha condotto su questo argomento, ha focalizzato mirabilmente il trade off tra le forti diseguaglianze di reddito e l’efficienza dei sistemi economici, rendendo così evidente la loro interazione con le grandi crisi economiche.

Anche Krugman, altro Nobel per l’economia, accademico della Princeton University, si è incaricato di dimostrare con analisi a vasto raggio come l’accentuarsi delle disparità dei redditi nel periodo 1980-2004, dopo aver cancellato la middle class, abbia costituito l’humus ideale per l’irruzione improvvisa negli Usa della crisi del 2008. Lungo lo stesso filone di pensiero, ma in un’ottica leggermente diversa, le criticità storiche operanti nei periodi economicamente perturbati e i processi di formazione delle bolle speculative sono state scandagliate da Nouriel Roubini, che già nel settembre del 2007, dal podio del Fondo Monetario Internazionale, aveva ammonito, inascoltato, i responsabili mondiali dell’imminente crack in arrivo.

La linea teorica citata, destinata a costituire un pilastro per le nuove impostazioni economiche dei prossimi decenni, è incentrata su un’analisi approfondita degli avvenimenti storici dell’ultimo secolo, la cui logica può essere riassunta nel modo seguente: è noto da sempre agli economisti che un addensamento accentuato dei redditi verso l’alto provoca livelli di domanda aggregata insufficienti a sostenere gli equilibri della crescita economica; ne consegue che, in assenza di misure compensative, il sistema si avvia, inevitabilmente, verso la recessione e, non di rado, verso la deflazione.

Un dato statistico, particolarmente significativo per gli USA, concerne l’andamento nel tempo della quota delle diverse classi di reddito nel Prodotto Interno. Nel 1910 il decile più ricco percepiva circa il 41% del reddito complessivo, ma nel 1929 detta quota toccava il picco del 50%; nel decennio successivo, quello della Grande Depressione, la quotasi è stabilizzata intorno al 45%.

Poco prima dell’inizio della 2a guerra mondiale, il New Deal cominciava a dare i suoi frutti, la società civile statunitense registrava (tra il 1939 ed il 1945) una notevole compressione delle diseguaglianze, più o meno la stessa dell’Europa: la quota del primo decile diminuiva di ben dieci punti, restando poi vicina al 35% fino al 1950. Degno di nota che nel ventennio successivo gli Stati Uniti hanno conosciuto la fase più egualitaria della loro storia, oscillando detta quota tra il 30 ed il 35%.

Nel corso degli anni ’70, nonostante il relativo impoverimento degli Usa, la percentuale del decile superiore cresceva dal 32 al 35%; dal 1980 la quota si impenna, portandosi tra, il 2000 ed il 2010, intorno al 50%. L’aumento accusato dalla disparità di reddito in questo lungo periodo di incubazione della grande crisi è dovuto in massima parte al primo centile, passato dal 9% degli anni ’70 a circa il 20% nel 2008. Sulla stessa linea, si constata che il reddito medio dell’1% più ricco era, nel 1979, circa 50 volte superiore a quello dell’ultimo 90%; nel 2010 tale rapporto era salito a ben 164 volte.

Infine, un dato riguardante la distribuzione dei benefici della ripresa: secondo l’aggiornamento del lavoro di Piketty e Saez, le classi di reddito più elevate, impoverite dal forte calo dei valori di borsa, si sono riprese prontamente. Il primo centile ha percepito il 93% dei redditi supplementari generati dalla ripresa del 2010 e i primi dati disponibili per il 2011-2012 lasciano pensare che la percentuale del primo decile stia aumentando rispetto al 46% del 2010. Chiudiamo con l’andamento in Italia dell’indice Gini (variabile tra 0 e 1) dei redditi nei trenta anni precedenti la crisi: nel 1980 l’indice misurava 0,40, aumentato a 0,47 nel 2013, molto vicino ai livelli di Sud Africa, Brasile, Messico Cile e Perù.

Concludiamo rilevando che le diseguaglianze attuali nell’economia degli USA hanno raggiunto livelli difficilmente sopportabili e, in assenza di un’improbabile spontanea inversione di tendenza, sono destinate a crescere. Come ha dimostrato Roubini, le grandi crisi americane non sono avvenimenti rari che si verificano una volta ogni ottanta anni; la storia degli Usa, come quella degli altri Paesi, è costellata di crisi, certamente meno importanti in ragione di circostanze contingenti. Ma, considerati i fattori in campo attualmente, in assenza di adeguati provvedimenti del nuovo presidente, il recente disastro finanziario potrebbe essere solo un assaggio di un nuovo crack, di dimensioni inimmaginabili, che si profila minaccioso all’orizzonte del prossimo decennio (o forse prima).

Franco Cavallari
(per approfondimenti: l’articolo su FCHub)

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