Il sommerso come ammortizzatore sociale – Secondo Eurispes il lavoro nero è l’arma utilizzata dalle famiglie per affrontare il caro vita

Secondo Eurispes il lavoro nero è l'arma utilizzata dalle famiglie per affrontare il caro vita

 

“Se gli italiani non scendono in piazza dando vita a manifestazioni spontanee di forte dissenso è solo perché esiste, in forma diffusa nel nostro paese, un’altra ricchezza generata da un’economia non ufficiale: quella sommersa, ma anche quella legata ai business e ai proventi delle attività criminali”.
E’ questa l’opinione del presidente dell’Eurispes, Gian Maria Fara, secondo cui “l’economia sommersa ha generato nel 2007 almeno 549 miliardi di euro, corrispondenti al 35% del Pil ufficiale che è circa di 1.500 miliardi euro?”.

Secondo l’istituto di ricerca il fenomeno del sommerso coinvolge in Italia i settori più diversi. Si va dall’agricoltura all’edilizia, passando attraverso i servizi e l’industria, nelle forme del lavoro nero continuativo, del doppio lavoro, del lavoro nero saltuario. I soggetti coinvolti sono diversi: giovani in cerca di prima occupazione, disoccupati, cassa integrati, lavoratori in mobilità, extracomunitari non in regola, studenti universitari, pensionati, casalinghe, lavoratori dipendenti con lavoro regolare.
Come si vede il sommerso è un vero e proprio ammortizzatore sociale alla crisi, al calo degli stipendi ai continui rincari di beni ed energia.

Per tutti vale il dato relativo ai lavoratori dipendenti. Eurispes calcola che almeno il 35% dei dipendenti sia oramai costretto ad effettuare il doppio lavoro per fare quadrare i conti e arrivare alla fine del mese. Una percentuale che porta a sei milioni i doppiolavoristi tra i dipendenti che, lavorando per circa 4 ore al giorno per 250 giorni, producono annualmente un sommerso di circa 91 miliardi di euro. Ovviamente se si ipotizza che tutti costoro forniscono prestazioni in nero.

In definitiva lo scenario individuato dall’Eurispes è quello secondo cui il sommerso in Italia va integrare i redditi delle famiglie che, in seguito alla perdita del potere d’acquisto e alla forte inflazione che hanno caratterizzato l’economia italiana negli ultimi anni, si mantengono su livelli ben al di sotto della media europea e non tengono il passo con l’aumento del costo della vita.

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