Lavoratori delusi, la globalizzazione aiuta – Sempre più insoddisfatti della propria posizione e sempre più disponibili a emigrare

Sempre più insoddisfatti della propria posizione e sempre più disponibili a emigrare


In Italia il lavoro è un problema, ma non solo per chi non ce l’ha. Pare infatti che almeno un lavoratore su cinque sia insoddisfatto della propria professione.
A dirlo è l’ultima indagine globale realizzata da Kelly Services, società di servizi per la gestione delle risorse umane, su un campione di 155 mila lavoratori di cui quasi 20 mila nel nostro Paese.

Complessivamente le donne sono più insoddisfatte degli uomini e i più scontenti del mondo sono messicani, ucraini e turchi.
In Italia, mugugni e lamenti si concentrano soprattutto in Molise, Piemonte, Sicilia e Toscana.

Purtroppo non è facile cambiare lavoro, soprattutto per ragioni economiche. I lavoratori non si lanciano in nuove avventure professionali soprattutto per questo motivo, almeno dando retta al 44% delle donne e al 42% degli uomini. Tra le altre ragioni, il tempo necessario per “riconvertirsi” al nuovo impiego (rispettivamente il 38 e il 35%) e poi le motivazioni collegate in vario modo alla famiglia (il 17 e il 18%).

Nessuna paura però, la percentuale di italiani delusi è del tutto in linea con gli altri lavoratori del mondo Occidentale: negli Stati Uniti, nel Regno Unito, in Olanda, Francia, Svizzera, Spagna, Germania e Irlanda la percentuale di “certamente insoddisfatti” è sempre compresa nella forchetta 15-20%.
Altrove invece i dati sono ancora più elevati e raggiungono i picchi in Messico (65%), Ucraina (42%) e Turchia (40%).

Per tutti noi esiste però una via d’uscita che si chiama globalizzazione: se il mercato del lavoro domestico e la formazione sono asfittici, si può sempre fare i bagagli e partire. Secondo una ricerca pubblicata da Manpower – società di lavoro interinale che opera a livello internazionale – sempre più lavoratori e studenti lo fanno.

Il 78% dei lavoratori intervistati in 27 Paesi si è dichiarato interessato a un’esperienza di lavoro all’estero e il 40,5% accetterebbe un trasferimento definitivo. Il 36,9% si è detto inoltre disponibile a lavorare “ovunque” nel mondo.
I lavoratori più istruiti sono anche quelli più favorevoli al trasferimento: si tratta dell’85% di quelli con un diploma superiore; di questi, il 46,5% l’ha già fatto. La percentuale sale a 87,4% e 60,7% nel caso di quelli con un diploma post laurea.
Le motivazioni? Ovviamente maggiori guadagni – per l’81,8% degli intervistati – poi avanzamenti di carriera (73,6%), l’opportunità di conoscere una diversa cultura (51,4%) e imparare un’altra lingua (47,4%).

La destinazione preferita sono gli Stati Uniti, seguiti da Gran Bretagna, Spagna, Canada e Australia. Al sesto posto compaiono a sorpresa gli Emirati Arabi Uniti, grazie al boom di Dubai. Quanto ai datori di lavoro, preferiscono reclutare soprattutto lavoratori cinesi, poi americani e indiani. E non si sta parlando di “carne da lavoro”, ma di personale ad alta professionalità.

La “globalizzazione dei cervelli” può assumere l’aspetto di fuga degli stessi – come nel triste caso italiano – o di “spreco“, quando i lavoratori emigrano per fare lavori meno qualificati di quelli che farebbero in patria.
Ma oggi si parla anche di “brain export“: si verifica quando un emigrato restituisce al proprio Paese più di quanto gli abbia tolto trasferendosi, in termini di rimesse e – al momento del ritorno a casa – transfer tecnologico e contributo all’educazione della forza lavoro locale.

E tu:

SEI SODDISFATTO DL TUO LAVORO?
LAVORERESTI ALL’ESTERO?

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