Lavoro, settimana corta da 4 giorni contro il Covid. Le proposte in campo

L'idea di Germania e Finlandia trova terreno fertile anche in Italia. Governo e sindacati ne stanno parlando.

Lavorare meno, a parità di stipendio, per aprire margini a nuove assunzioni con il sostegno dei fondi Ue. E’ questa una delle ipotesi alle quali lavorano la maggioranza e il governo per il pacchetto Lavoro da inserire nella Legge di Bilancio.

Nelle opzioni allo studio la misura ‘crea-occupazione’ prevede una riduzione delle ore di lavoro garantendo salario invariato con l’ausilio dei fondi europei del programma anti-disoccupazione Sure con l’obiettivo di liberare spazi per nuove assunzioni. Una misura in esame anche in Francia e Germania essendo ‘sponsorizzata’ dallo stesso programma Ue. Facendo seguito alla richiesta di assistenza finanziaria di uno Stato membro, la Commissione Ue verificherebbe la portata dell’aumento della spesa pubblica direttamente connesso all’istituzione o all’estensione di regimi di riduzione dell’orario lavorativo. In base al programma si possono prevedere misure analoghe anche per i lavoratori autonomi.

Ipotesi in campo in Germania
Il cambiamento strutturale che costerà centinaia di migliaia di posti di lavoro nei prossimi anni. Invece di tagliare il numero dei dipendenti, per il capo di Ig Metall Joerg Hofmann, che ne ha parlato alla Sueddeutsche Zeitung due giorni fa, si potrebbe valutare la settimana di 4 giorni. Con una compensazione degli stipendi per non colpire i lavoratori. L’idea non è dispiaciuta al ministro del Lavoro, il socialdemocratico Hubertus Heil, che ha aderito pubblicamente.

“La settimana di quattro giorni potrebbe essere una risposta al cambiamento strutturale di settori come l’industria dell’auto. In questo modo si potrebbero mantenere i posti di lavoro, invece di tagliarli”, aveva detto Hofmann. Aggiungendo di immaginare anche “una certa compensazione dei salari affinché i lavoratori possano permetterselo”.

Dalle testate del Deutschland Funke è arrivata l’apertura del ministro. “La riduzione del tempo di lavoro potrebbe anche essere una misura adeguata, con una parziale compensazione salariale”, ha affermato. La condizione necessaria è però “che le parti sociali di mettano d’accordo”.

Nel caso dell’Italia, se il progetto prendesse corpo, rientrerebbe in una strategia più ampia fatta di altri interventi complementari: innanzitutto rendendo strutturali le decontribuzioni per incentivare le assunzioni. Nel ventaglio delle misure per risollevare il mercato del lavoro dalla crisi innescata dal Covid, anche una riforma degli ammortizzatori sociali per creare uno strumento organico, unico. Il tutto andrebbe in un collegato alla Legge di Bilancio da approvare entro metà ottobre in Consiglio dei ministri insieme, possibilmente, al Recovery plan nazionale, a quanto apprende l’Adnkronos.

Sulla necessità di uno strumento organico unico per il lavoro e la formazione ha posto ieri l’accento il vice ministro dell’Economia Laura Castelli sulla scia dell’allarme di Unioncamere sul turnover di 2,5 mln di lavoratori nei prossimi 5 anni. Tra le opzioni sul tavolo anche un rafforzamento di strumenti di solidarietà espansiva, introdotti già in passato nel dl crescita.

Strumenti – soprattuto gli ammortizzatori – che hanno permesso di affrontare l’emergenza ma che oggi vanno riformati, secondo il governo, rendendoli più semplici, rapidi ed efficaci.

Con il dl agosto il governo ha chiuso il ventaglio dei decreti per gestire l’emergenza economica e lavora ai prossimi passi. C’è attesa, entro fine settembre arriverà la Nota di aggiornamento al Def, con le nuove stime su pil e conti pubblici sotto l’impatto del coronavirus.

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