Lavoro nero, regolarizzazione 2020 a rischio flop: tempi lunghissimi e ostacoli burocratici

"Ritardi gravissimi e stime dei tempi di finalizzazione delle domande improbabili, di anni se non decenni"

“Ritardi gravissimi e stime dei tempi di finalizzazione delle domande improbabili, di anni se non decenni”. Questo il quadro che emerge dal nuovo dossier della Campagna “Ero Straniero” promossa da Radicali Italiani, Fondazione Casa della carità “Angelo Abriani”, ARCI, ASGI, Centro Astalli, CNCA, A Buon Diritto, Oxfam Italia, ActionAid Italia, Fcei – Federazione Chiese Evangeliche in Italia, CILD, ACLI, Legambiente Onlus, ASCS – Agenzia Scalabriniana per la Cooperazione allo Sviluppo, AOI.

Il Rapporto presenta una ricognizione rispetto allo stato di avanzamento dell’esame delle domande di emersione e regolarizzazione presentate da giugno ad agosto 2020, in seguito all’intervento effettuato dal governo con il decreto Rilancio a maggio 2020.

L’art. 103 DL Rilancio, rubricato “Emersione di rapporti di lavoro”, introduce la possibilità di regolarizzare, mediante deposito di apposita istanza, il rapporto contrattuale con il lavoratore al fine di produrre i medesimi effetti di un contratto di lavoro subordinato con cittadini presenti sul territorio nazionale, ovvero per dichiarare la sussistenza di un rapporto di lavoro irregolare, tuttora in corso, con cittadini italiani o cittadini stranieri.

Una doppia sanatoria volta a regolarizzare i rapporti di lavoro irregolari di lavoratori italiani o stranieri, e a  introdurre, per lo straniero con un permesso di soggiorno scaduto, la possibilità di ottenerne uno in deroga alle regole ordinarie della durata di sei mesi.

La stima ipotetica contenuta nella relazione tecnica del DL Rilancio mirava a ottenere circa 220mila domande di regolarizzazione di lavoratori stranieri, tra braccianti, badanti e colf, con un’entrata per le casse dello Stato di circa 94 milioni di euro.

Ma i risultati sono, ad oggi, ben diversi. A sei mesi dalla chiusura della finestra per accedere alla regolarizzazione, in tutti i territori considerati la situazione – rileva il dossier – appare grave, con pochissime eccezioni. Al 31 dicembre 2020, delle oltre 207mila domande presentate dal datore di lavoro per l’emersione di un rapporto di lavoro irregolare o l’instaurazione di un nuovo rapporto con un cittadino straniero, in tutt’Italia erano stati rilasciati solamente 1.480 permessi di soggiorno, lo 0,71% del totale.

Al 16 febbraio 2021, dai dati del ministero dell’Interno, emerge – si legge nel Rapporto – che solo il 5% delle domande è` giunto nella fase finale della procedura, mentre il 6% è nella fase precedente della convocazione di datore di lavoro e lavoratore per la firma del contratto in prefettura e il successivo rilascio del permesso di soggiorno.

In circa 40 prefetture, distribuite su tutto il territorio, non risultano nemmeno avviate le convocazioni e le pratiche sono ancora nella fase iniziale di istruttoria. Dati questi che trasportati nella realtà vogliono dire che 200mila persone sono sospese, ancora in attesa di sapere se la propria domanda andrà a buon fine.

Per citare alcuni esempi riportati nello studio, a Bari, a fine gennaio, delle 4.993 domande ricevute, sono solo 556 le istanze arrivate a conclusione, con il rilascio del permesso di soggiorno.

Quella di Bari è una delle situazioni migliori rilevate, ma, considerando che ogni giorno nel capoluogo pugliese, secondo quanto dichiarato dalla prefettura, vista l’emergenza sanitaria, possono essere convocate in sicurezza dalle 12 alle 15 persone, solo per la fase finale delle convocazioni di datori di lavoro e lavoratori per la firma del contratto di soggiorno ci vorranno – stima il dossier – pressappoco altri 300 giorni lavorativi, senza considerare la fase istruttoria.

Peggiore la situazione di Caserta, territorio storicamente colpito da lavoro nero e caporalato: a metà febbraio, delle 6.622 domande ricevute (3.710 per lavoro domestico, 2.912 per lavoro subordinato nel settore agricolo), sono solo 10 le convocazioni ?effettuate per finalizzare l’assunzione, e non è ancora stato rilasciato alcun permesso di soggiorno.

Guardando alle grandi città, il quadro è ancora più disarmante. A Roma, al 31 gennaio, su un totale di 16.187 domande ricevute, lo sportello unico della prefettura aveva 900 domande in trattazione, ma nessuna pratica era arrivata alla fase conclusiva della firma del contratto di soggiorno.

La prefettura stima di poter effettuare in sicurezza nei propri locali 60 convocazioni alla settimana. Di questo passo, ci vorranno oltre 5 anni per concludere le procedure di emersione in corso. A Milano, a metà febbraio su oltre 26mila istanze ricevute in totale, 289 pratiche risultano in istruttoria e non c’è stata ancora nessuna convocazione in prefettura. Per rispettare le regole di sicurezza, si sta procedendo con 16 convocazioni a settimana.

Quanto al secondo canale di accesso previsto dal provvedimento, che prevedeva che – in caso di precedenti esperienze lavorative nei settori interessati dalla misura – fosse il lavoratore, e non il datore di lavoro, a chiedere direttamente alla Questura un permesso di soggiorno temporaneo, la situazione nelle questure italiane è decisamente migliore: 8.887 permessi di soggiorno erano stati rilasciati al 31 dicembre su 12.986 domande presentate, il 68%, e di questi permessi temporanei, 346 sono stati successivamente convertiti in permessi di soggiorno per lavoro.

A marzo dello scorso anno si è alzato il grido d’allarme delle associazioni di categoria sul rischio di uno stop al comparto agroalimentare senza l’arrivo di lavoratori stranieri stagionali impossibilitati a entrare nel nostro Paese.

A un anno di distanza, Coldiretti Puglia ha segnalato che nel 2020 la carenza dei lavoratori stranieri, a causa della chiusura delle frontiere, ha causato la perdita di 30mila giornate lavorative e che il problema nei prossimi mesi è destinato a ripetersi.

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