Lavoro – fra precari, Neet e “lavoro gabbia” 5,7 milioni di poveri in più nel 2050

(Teleborsa) – Il mercato del lavoro resta un grande limite per l’Italia e, per assurdo, uno dei fattori che alimentano la povertà, perché dilagano non solo disoccupazione ed inoccupazione, ma anche precariato, retribuzioni da fame e lavori che non offrono alcuna chance per il futuro (lavoro gabbia).   

Precari, Neet, working poor e “lavoro gabbia” genereranno un esercito di 5,7 milioni di poveri in Italia entro il 2050, che andranno ad aggiungersi alle fila di coloro che non hanno mezzi sufficienti di sussistenza (confermato ieri anche da un rapporto choc di Bankitalia).

E’ quanto emerge dal focus Censis/Confcooperative “Millennials, lavoro povero e pensioni: quale futuro?” presentato oggi a Roma. I Neet sono stimati in oltre 3 milioni nella fascia 18 – 34 anni ed i lavoratori bloccati nel cosiddetto “lavoro gabbia” 2,7 milioni

“Queste condizioni hanno attivato una bomba sociale che va disinnescata”, denuncia Maurizio Gardini, presidente di Confcooperative, sottolineando “lavoro e povertà sono due emergenze sulle quali chiediamo al futuro governo di impegnarsi con determinazione per un patto intergenerazionale che garantisca ai figli le stesse opportunità dei padri”.

“Rischiamo di perdere un’intera generazione”, aggiunge ricordando che, sul fronte della povertà, il REI con un primo stanziamento di 2,1 miliardi che arriverà a 2,7 miliardi nel 2020 fornirà delle prime risposte, ma dobbiamo recuperare 3 milioni di Neet e offrire condizioni di lavoro dignitoso ai 2,7 milioni di lavoratori poveri.

Lavorare, quindi, può non bastare. Per i giovani, in particolare, lo slittamento verso il basso delle remunerazioni, in assenza in Italia di minimi salariali, segnala in maniera ancora più marcata la separazione che sta avvenendo fra i destini dei lavoratori e la sostenibilità a lungo termine dei sistemi di welfare. Questo effetto di “sfrangiamento” del lavoro rispetto al passato è poi messo in evidenza dalle tipologie di lavoro a “bassa qualità” e a “bassa intensità” che si stanno via via diffondendo.

E anche sul fronte pensioni il quadro è disastroso. Assistiamo, infatti, a una discriminazione tra generazioni. Già oggi, il confronto fra la pensione di un padre e quella prevedibile del proprio figlio segnala una decisa divaricazione del 14,6%: il sistema previdenziale obbligatorio attuale garantisce a un ex dipendente con carriera continuativa, 38 anni di contributi versati e uscita dal lavoro nel 2010 a 65 anni, una pensione pari all’84,3% dell’ultima retribuzione, mentre ad un giovane che ha iniziato a lavorare nel 2012 a 29 anni, per il quale si prefigura una carriera continuativa come dipendente, 38 anni di contribuzione e uscita dal lavoro nel 2050 a 67 anni, il rapporto fra pensione futura e ultima retribuzione si dovrebbe fermare al 69,7%, quasi quindici punti percentuali in meno. 

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