Lavoro e teoria della “relatività”: cresce la quantità, ma non la qualità

I dati Istat certificano una anomalia tutta italiana: la crescita di lavoratori dipendenti è trainata quasi esclusivamente da contratti a termine e il tipo di figura richiesta rientra soprattutto in settori a basso grado di qualifiche

(Teleborsa) Il dubbio è di quelli amletici che dividono da sempre: qualità oppure quantità? Un interrogativo tornato prepotentemente alla ribalta dopo che sono stati resi noti i dati Istat sul lavoro. Comunque la si pensi, al di là di ogni interpretazione o valutazione, resta infatti una certezza: la coperta è sempre troppo corta.

QuantitàCapitolo quantità: la buona notizia è che i l livello di occupati di novembre è “il più alto negli ultimi 40 anni”, con un aumento di 65mila lavoratori rispetto a ottobre e di 345mila sulla lunghezza di un anno.
Un dato che. se guardato da una sola angolazione, potrebbe far gioire.

O qualità? – Potrebbe. Ma non è così perchè si apre il capitolo “quantità” ed è qui che arrivano le cattive notizie.La crescita di lavoratori dipendenti, infatti, è trainata quasi esclusivamente da contratti a termine (pari a 450mila sui 497mila registrati tra novembre 2016 e 2017), mentre il tipo di figura richiesta rientra soprattutto in settori a basso grado di qualifiche.

Se si guardano i dati destagionalizzati del terzo trimestre 2017, si scopre che tre fra i settori più in crescita nel segmento dei servizi ci sono “noleggio, agenzie di viaggio,servizi di supporto alle imprese” (+2,5%), “attività immobiliari” (corrispondenti ad esempio al ruolo di agente immobiliare, +2,1%) e “attività dei servizi di alloggio e di ristorazione” (+1,4%).

Laureati, 1 torna e 3 se ne vanno – Insomma, se qualche piccolo passo in avanti indubbiamente c’è, la strada verso una ripresa solida e duratura è ancora lontana e piena di ostacoli. E. alla fine, sono sempre dati in chiaroscuro che allungano la scia di pessimismo tutte le volte che si parla di lavoro e giovani:nel 2016 circa 16 mila laureati italiani tra i 25 e i 39 anni hanno lasciato il Paese e poco più di 5 mila sono rientrati, confermando il trend negativo del tasso di migratorietà dei giovani laureati”.

Lo avevo rilevato l’Istat, nel mese di dicembre, nel Rapporto sul benessere equo e sostenibile. In un anno, quindi, per tre under-40 con titolo accademico andati via solo uno è rimpatriato. “La capacità dell’Italia di favorire prospettive di occupazione altamente qualificata per i laureati italiani continua a mostrare segnali decisamente negativi”, aveva sottolinea l’indagine.

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