Lavoro, è boom di imprese straniere

L’imprenditoria straniera va in controtendenza: a fine 2016 le imprese straniere hanno fatto registrare una crescita del 25,8% sul 2011

(Teleborsa) Tempi duri, ormai da parecchio, per gli italiani da un punto di vista lavorativo. Invece, le cose sembrerebbero sorridere agli stranieri che hanno messo ko la crisi. In barba a qualsiasi difficoltà e assolutamente in controtendenza l‘imprenditoria straniera, infatti, continua a crescere. 

La sintesi è piuttosto semplice: mentre gli imprenditori italiani continuano ancora a scontare gli effetti della crisi, le attività condotte da persone nate fuori dall’Italia non smettono di far registrare il segno più. 
I NUMERIA fine 2016 gli le imprese gestite da persone non italiane sono arrivate a quota 571 mila, con una crescita del 25,8% sul 2011. Proseguendo a questi ritmi, si stima che arriveranno ad oltre 710 mila nel 2021. 
A scattare la  fotografia della situazione ci ha pensato un’indagine dell’Osservatorio di Confcommercio. In cima alle attività scelte dagli stranieri c’è il commercio su area pubblica: gli ambulanti che non sono nati sul suolo italiani sono circa 107.300, il 53,5% del totale. Fortissimo il peso degli stranieri anche nella ristorazione e nel servizio bar (quasi 30 mila) e nel food take away e servizi da asporto così come nei minimarket: se in grandi città del Sud come Napoli o Bari il fenomeno appare contenuto (6-7% delle imprese, la media Italia è 13,5%), in centri come Bologna si arriva a più di due terzi del totale (67,1%)
Tra le nuove tendenze, invece, si segnalano i centri massaggi, cresciuti dell’89,5% rispetto al 2011, e che oggi sono per il 27,9% Ma anche gli autolavaggi, cresciuti del 105,8% rispetto al 2011 e oggi gestiti per il 17,2% da stranieri (nella Capitale si arriva addirittura al 74,1%).
CONCORRENZA SLEALE? – “La performance dalle imprese straniere è talmente notevole da essere ai limiti della credibilità, soprattutto se si considera che il periodo analizzato è stato caratterizzato dalla più grande crisi economica vissuta dal Paese negli ultimi 70 anni”, spiega Mauro Bussoni, Segretario Generale Confesercenti. “Rimane però il dubbio che molte di queste attività pratichino forme di concorrenza sleale. Un dubbio corroborato non solo dalle segnalazioni delle altre imprese, che ci arrivano in continuazione, ma anche dai dati fiscali. Nel commercio ambulante, ad esempio, risultano conosciute al fisco solo 60mila delle oltre 193mila imprese iscritte ai registri camerali”.
 
TURNOVER SOSPETTI -“Qualche perplessità – continua Bussoni – solleva anche l’elevato livello di turnover, ovvero il rapporto tra aperture e chiusure, che caratterizza le imprese straniere. Mediamente è il 24%, il doppio di quello delle attività italiane. In alcuni settori del commercio e dei servizi è poi ancora più elevato: è il caso dei centri benessere, in cui aperture e chiusure in un anno sono più della metà delle imprese (54%). Un dato che non sorprende, visto che sono spesso protagonisti di chiusure forzate nell’ambito di indagini mirate al contrasto dello sfruttamento della prostituzione. Ma ci sono livelli di turnover sospetti anche per frutta e verdura, ambulanti, autolavaggi, attività di alloggio, ristorazione con asporto, bar, lavanderie, barbieri e parrucchieri.
PAROLA D’ORDINE: CONTROLLARE –  “Generalizzare, si legge ancora, è sempre sbagliato, ma di fronte a tante e tali evidenze sarebbe necessario procedere ad un piano di controllo accurato dei settori che, dati alla mano, appaiono più a rischio di irregolarità. Altrimenti si rischia di dare un via libera di fatto a fenomeni di concorrenza sleale, con prevedibili conseguenze sugli operatori onesti”.
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